Ci sono dischi che cercano grandi storie e altri che trovano la loro forza nelle piccole cose. Scatole di Cartone, il nuovo EP di Dario Bonelli, appartiene alla seconda categoria: sei brani che raccontano stanze, strade, oggetti e ricordi, trasformando scene di vita ordinaria in immagini capaci di parlare a chiunque.
Attraverso una scrittura intima e concreta, Bonelli costruisce un viaggio tra passato e presente, dando valore a tutto ciò che spesso passa inosservato. In questa intervista ci racconta il significato del disco, il rapporto con i luoghi che abitano le sue canzoni e cosa custodisce, metaforicamente, dentro le sue “scatole di cartone”.
Le canzoni di “Scatole di Cartone” sembrano fotografie di momenti molto comuni. Quando hai capito che proprio le cose più ordinarie potevano diventare materiale per raccontare qualcosa di universale?
Credo di averlo capito ascoltando gli artisti che amo di più. Mi sono accorto che le canzoni che mi rimanevano addosso non parlavano di eventi straordinari, ma di dettagli apparentemente insignificanti: una cucina, una strada percorsa mille volte, una domenica pomeriggio, una frase detta male o non detta affatto. Ho iniziato a guardare la mia vita nello stesso modo. Mi sono reso conto che dietro una pentola sul fuoco, una stanza vuota o una scatola dimenticata in un angolo si nascondono emozioni che tutti abbiamo provato. Più una storia è sincera e concreta, più diventa universale.
Nel disco tornano spesso città, stanze, strade e oggetti. Quanto conta per te il luogo fisico nella costruzione delle emozioni che racconti?
Conta tantissimo. Per me le emozioni non vivono nel vuoto, hanno sempre un indirizzo. Quando ripenso a una persona o a un periodo della mia vita, quasi sempre la prima cosa che ricordo è un luogo: una via, un bar, una casa, una finestra, una macchina parcheggiata. Le città e gli oggetti diventano quasi personaggi delle canzoni. Sono testimoni silenziosi di quello che ci succede. In Scatole di Cartone ho cercato di raccontare le emozioni attraverso ciò che si vede e si tocca, perché spesso una strada deserta racconta la solitudine meglio di mille parole.
Tra i sei brani dell’EP c’è una canzone che oggi senti particolarmente vicina al Dario di adesso e una che invece appartiene più al Dario del passato?
Oggi mi sento molto vicino a Scatole di Cartone. È probabilmente il brano che rappresenta meglio il momento che sto vivendo. Parla di ciò che conserviamo dentro di noi, dei sogni lasciati in sospeso, delle cose che perdiamo e di quelle che decidiamo di salvare. È una canzone che guarda avanti senza dimenticare da dove arriva.
Quella che sento più legata al Dario del passato è invece Dimenticare tutto quanto. Dentro c’è una parte di me che ha cercato di lasciarsi alle spalle persone, situazioni e delusioni. Oggi la ascolto con affetto, ma anche con la consapevolezza di aver fatto qualche passo avanti rispetto a quando l’ho scritta.
Le “scatole di cartone” del titolo custodiscono ricordi, cambiamenti e partenze. Se dovessi aprirne una oggi, quale momento della tua vita artistica troveremmo al suo interno?
Probabilmente troveremmo il ragazzo che scriveva canzoni senza sapere se qualcuno le avrebbe mai ascoltate. Troveremmo i primi demo registrati in modo improbabile, le notti passate a studiare produzione musicale, i concerti davanti a poche persone e la testardaggine di continuare nonostante tutto. Dentro quella scatola ci sarebbero anche gli errori, le porte chiuse e le occasioni mancate, perché sono state importanti quanto i momenti belli.
Se la aprissi oggi, però, accanto a tutto questo troveresti anche una cosa nuova: la consapevolezza. Dopo tanti anni nella musica ho capito che il successo più grande non è arrivare da qualche parte, ma riuscire ancora ad emozionarsi scrivendo una canzone. Scatole di Cartone nasce proprio da lì: dal desiderio di fermare alcuni pezzi di vita prima che il tempo li trasformi soltanto in ricordi.


