Skip to main content

Un lavoro impegnato, impegnativo… lungo… un concept che molti vorrebbero sentir suonare con modi progressivi ma siamo dentro le piene di un fiume pop d’autore, classico e senza scossoni, orchestrato in pompa magna con vestiti solenni per restare a corte del main stream internazionale. “Le mie cinque fasi” è il titolo di quest’opera gigante di Daniel Dagrezio: canzoni che si aprono con racconti, con spoken word per darci le coordinate che serviranno a chi vorrà muoversi agilmente dentro il mondo emotivo di un artista così completo… belli i suoni nelle molteplici soluzioni dal gusto “americano”.

Ti sei sorpreso a rileggere il passato in modo diverso mentre lavoravi al disco?

Continuamente. La scrittura mi ha obbligato a tornare su certe cose e ogni volta ci trovavo un significato diverso. È anche questo il senso del concept: lo stesso ricordo cambia valore a seconda di dove sei tu.

Che rapporto hai oggi con quella “frattura” da cui tutto è partito?

È ancora una frattura, ma non è più solo una ferita. È diventata una tappa. Non la romanticizzo, ma mi fa ancora male. Vorrei non essermela mai procurata, ma allo stesso tempo ringrazio di averla vissuta perché riconosco che mi ha costretto a guardarmi davvero. Oggi la sento meno come condanna e più come uno spartiacque: un “prima e dopo” che mi ha cambiato. Siamo tutti fatti di contraddizioni. Dobbiamo accettare di essere “stabili nell’incertezza”.

Il suono spazia nel pop di tutto il mondo: riferimenti? Che cosa cercavi?

In realtà questo “spaziare” è perché ho ascoltato sempre di tutto, quindi non ho mai scritto in una sola “lingua sonora”. Certamente cercavo una cosa precisa: che ogni emozione avesse il suo vestito giusto.

A volte è pop orchestrale, a volte è elettronica, a volte è rock, a volte è più caldo e “classico”. L’obiettivo non era la “coerenza sonora”, ma l’impatto emotivo.

Quella stanza ideale della copertina: rifugio o soluzione comoda?

Entrambe. Ed è proprio per questo che mi piace. È un rifugio perché ti dà un posto dove stare quando fuori è troppo. Ma “soluzione comoda” se ci resti dentro e non attraversi mai davvero quello che provi.

Nel disco quella stanza è sia il punto di partenza che quello di arrivo. Ma nel frattempo si entra nella storia.

Hai scritto per capire o per lasciare andare?

La scrittura mi ha sempre aiutato ad “elaborare”. Non “dimenticare”, ma fare pace. Scrivere per me è stato mettere ordine nel caos senza censurarlo.

Ma proprio in questo periodo (dopo l’uscita dell’album) a volte noto e capisco delle parti di me dalle cose che ho scritto. So che sembra strano, ma in alcune canzoni ho trovato un “riscontro” su alcuni miei “pattern emotivi” riflettendo su quello che avevo scritto riguardo ad alcuni miei comportamenti e reazioni. Assurdo!