fragilità senza cercare scorciatoie. Un lavoro che attraversa provincia, nostalgia e desiderio di cambiamento, mantenendo sempre uno sguardo umano e sincero sulla realtà che ci circonda.
Nella nostra intervista, l’artista ci ha raccontato il significato del titolo, il rapporto con la musica indipendente e quel bisogno continuo di cercare una nuova luce.
Il titolo “Anche gli sputi riflettono il sole” è potentissimo: quando hai capito che anche ciò che consideriamo “sporco” o imperfetto può raccontare qualcosa di bello?
“Penso di averlo sempre saputo. Le canzoni più belle sono quelle che esprimono l’umanità di chi le scrive e quindi, per loro stessa natura, non possono suonare “perfette”. Oggi siamo in un momento in cui gran parte dei progetti musicali, anche quelli che vengono dal basso, aspirano a essere impeccabili fin dalle loro fasi iniziali. Il fatto che gli strumenti e le tecnologie per fare un video o registrare un brano siano oggi alla portata di tutti porta fin da subito all’ambizione di produrre contenuti perfetti per ogni mezzo e per ogni categoria. Fortunatamente, quando una tendenza da un lato diventa dominante, dall’altro iniziano a svilupparsi modi di fare opposti. È sempre successo nella storia della musica e dell’arte in generale e quindi probabilmente avverrà anche stavolta (sempre che non stia già accadendo).”
Nel disco sembri muoverti continuamente tra provincia, nostalgia e bisogno di rinascita. C’è stato un momento preciso della tua vita in cui hai sentito davvero il bisogno di trovare una “nuova luce”?
“Nei fatti, sono uno che si annoia abbastanza facilmente: nel momento in cui esce un disco, penso già a quello che vorrei scrivere dopo. Questa tendenza al cambiamento è stata particolarmente determinante tra il 2022 e il 2024, quando ho scritto e registrato l’album. In quel periodo la mia vita è stata completamente stravolta: ho chiuso relazioni importanti, mi sono trasferito, ho conosciuto gente nuova, mi sono perdutamente innamorato, ho iniziato a organizzare eventi (come, per esempio, il format musicale Setteminuti) e ho persino intrapreso una carriera parallela da DJ. Durante questi anni mi sono sentito proprio impossessato da questa “nuova luce” di cui parlo nel disco. È stato un periodo di completa rinascita e sono contento che dal disco traspaia.”
In brani come “Fare soldi” o “Piccola e grande” emerge il conflitto tra sogno artistico e realtà concreta. Oggi fare musica indipendente ti fa sentire più libero o più vulnerabile?
“Se ti dicessi che mi sento più libero, ti direi una falsità. Rispetto a una decina di anni fa, essere indipendenti non è più uno status o un valore di libertà creativa: vuol dire tuffarsi all’interno di un mercato affollatissimo e saturo, in cui emergere diventa davvero quasi solo una questione di algoritmi o viralità. Non è un caso che alcuni dei progetti musicali più interessanti a livello cantautorale degli ultimi anni siano comunque dovuti passare da X Factor per emergere: è come se le persone, per accorgersi realmente di un nuovo progetto in un momento storico in cui escono migliaia di canzoni al giorno, avessero comunque bisogno dei soliti grandi riflettori e canali per capire cosa andare ad ascoltare veramente. Certo, il risultato non è del tutto negativo: la musica mainstream è sicuramente migliorata rispetto ad anni fa. Il risultato, però, è che quella davvero indipendente è quasi del tutto sparita.”
Le tue canzoni sembrano nate nel buio ma sempre rivolte verso qualcosa che somiglia alla speranza. Secondo te oggi è più rivoluzionario mostrarsi fragili o continuare a credere nelle cose nonostante tutto?
“Non credo che le due cose debbano per forza entrare in conflitto. Si può essere fragili e credere lo stesso in quello che si fa senza farne una questione di vita o di morte. La retorica dell’“ossessione” e del “se vuoi, puoi” rischia di fare migliaia di vittime e non c’entra assolutamente niente con la musica. Scrivere canzoni non è uno sport e non è una competizione, anche se il mercato attuale può farlo pensare.”




