Skip to main content

È un disco estemporaneo, improvvisato, flussi di coscienza che si affastellano uno dietro l’altro credo disegni e cut-up e immagini e sensazioni per niente meramente estetiche. Come se rovesciassimo colori su un foglio: quel che ne viene fuori è un disco forte di senso e di solidità concettuale. Carlo Martinelli (ex Luminal) sfoggia un lavoro dal titolo “Sbaglia Porco”, di matrice indie pop ma con fuori pista davvero lisergici come la diapositiva di “Impossibile riprodurre” o momenti notturni alla Lou Reed come dentro “Tutto quanto”… e poi quel retrogusto di giocattoli dentro l’apocalisse di “Dubai ma non nel senso di Dubai” e della chiusa affidata a “Niente mai”… quando l’espressione libera cerca e rovista dentro forme lasciate libere di divenire.

Un disco che nella sua produzione fa molto affidamento all’improvvisazione. Posso chiederti perché questa scelta?

Non è stata una scelta, vorrei dire che è stata una necessità ma in verità non so neanche questo. Durante il processo naturale di scrittura mi trovavo sempre di fronte a uno scoglio o un limite che mi faceva venire voglia di cancellare tutto e smettere di fare qualunque cosa avesse anche solo vagamente a che fare con la musica. L’unica cosa che rimaneva “viva” era il fatto che, nonostante questi infiniti fallimenti, non riuscivo a smettere di provare; così ho lasciato perdere ogni velleità di “successo” e ho sbrodolato un enorme ammasso di brani, mantenendo come unica logica quella di insistere con sovraincisioni matte sulle take che mi sembravano più ok. In una seconda fase è intervenuto mvrgn, che ha fatto una selezione di questo mezzo delirio e ha chiuso il progetto.

Da tempo nella tua carriera fa capolino spesso l’intimismo e il suono solitario… questo disco per molti versi non fa eccezione. Anche qui: c’è una ragione precisa?

In questo caso sicuramente invece è una necessità. Caratterialmente faccio fatica a trascinare la gente in un progetto che sento prevalentemente “mio”; non a caso esce a mio nome e cognome, nonostante il mio stesso disprezzo per la cosa. Ho un carattere per il quale riesco a essere o estremamente easy o estremamente ossessivo: faccio molta fatica con le vie di mezzo se non c’è un motivo valido. E così, per il mio progetto, preferisco almeno per ora andare avanti nella solitudine e nella follia, prendendomi le mie responsabilità e venendo a patti con i miei limiti, nel tentativo di trovare un “colore” personale senza dover schiavizzare gente o pagarla con soldi che non ho.

E tornando sul concetto di improvvisazione: dal vivo? Rispetti quel che hai inciso o gli dai l’ennesima possibilità di cambiare faccia?

L’idea, che non so se rispettare, perché non mi piace troppo essere coerente, era di fare un solo live per questo disco. L’ho ricostruito in un posto di amici, chitarra e voce, andando a ritrovare gli accordi e a ricreare in qualche modo una versione “live” in senso assoluto e solitario. Ora che l’ho fatto in teoria sono a posto, ma appunto: cosa c’è a posto? Niente! Per il futuro potrei insistere o tornare a un live più performativo, ma sicuramente il concetto di libertà rispetto all’idea di “riprodurre live il disco” me lo conserverei, per ragioni pratiche e di principio.

Anche le liriche come dentro “Un fiore e un bong” o nel singolo in rete sono spesso improvvisate. Come ti confronti poi con il senso finale? Come un enorme cut up… poi il senso è nel tutto?

Chissà… buona fortuna nel tentativo di trovare un senso, in quello che faccio io o in qualunque altra cosa. L’idea che ci sia un senso univoco o una spiegazione semplice nelle cose secondo me è abbastanza ottimista. L’unica parvenza di senso che mi dà soddisfazione è nell’atto stesso: al di fuori di quello mi sembra tutto inutile. È molto grazioso, comunque, il tentativo a posteriori di analizzare e trovare significati; per quanto mi riguarda, il senso è proprio nel fallimento dell’operazione, nel fallimento di trovare un senso alle cose, nell’azione di disinteressarsi del senso e credere che le cose abbiano una loro dignità al netto di qualunque significato. Lunga vita alla contraddizione. Le cose stesse sono significanti.

Intelligenza artificiale? Forse questo disco non sarebbe potuto nascere dall’intelligenza artificiale… non avrebbe avuto neanche senso, credo… che ne pensi?

Ye, a posteriori ci ho ragionato un po’ anch’io, quasi come se mi fossi messo preventivamente e inconsciamente sulla difensiva rispetto alla perfezione formale dell’IA. Sul fatto che avrebbe avuto o meno senso provare a realizzarlo così, non so… perché come dicevo prima, “boh” per quanto riguarda il senso delle cose. Ad oggi, se dovessi impazzire e nutrire un’IA con tutto quello che ho fatto per poi chiederle di generare un disco sul tema del fallimento, CREDO fallirebbe. Il che in teoria è una sconfitta per la macchina contro l’umanità.  O forse no? Buona fortuna riguardo il senso delle cose (x3).