Dopo il viaggio introspettivo di Floor, Canja torna con Tribe, un progetto che mette il ritmo al centro non solo come elemento musicale, ma come esperienza collettiva, spirituale e profondamente umana. Un lavoro che nasce dall’incontro tra le sue radici mediterranee e l’esperienza vissuta in Brasile, due mondi lontani geograficamente ma uniti dalla centralità del corpo, del rito e della condivisione.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, Tribe si propone come uno spazio in cui rallentare, ascoltare e ritrovare un senso di appartenenza. Ne abbiamo parlato con Canja.
In “Tribe” la percussione sembra trasformarsi da strumento musicale a linguaggio spirituale e collettivo: quando hai capito che il ritmo poteva diventare anche una forma di appartenenza?
“L’ho capito chiaramente circa otto anni fa. Registrai con il telefono il battito cardiaco di mio figlio che si trovava ancora nella pancia. Riascoltando quel suono, ho avuto la certezza su cosa siamo e, soprattutto, di cosa abbiamo un disperato bisogno. Il ritmo è la prima cosa che sentiamo tutti, prima ancora di nascere. La percussione per me nasce da lì: non è matematica, è vita. Quel suono primordiale rompe ogni tipo di barriera, azzera le distanze e raduna tutti in un’unica danza, senza il bisogno di parlare la stessa lingua o avere lo stesso credo. ‘Tribe’ è il tentativo di ricreare quel cerchio attorno al fuoco.”
Nel passaggio da “Floor” a “Tribe” si percepisce un’evoluzione dall’isolamento verso la comunione: questo percorso nasce più da una trasformazione personale o da una necessità artistica?
“Le due cose camminano insieme, perché la mia musica non è mai separata da quello che vivo. Floor è stato un viaggio interiore, necessario ma claustrofobico, vissuto nel silenzio del ‘bosco’. Ma non si può rimanere isolati per sempre. A un certo punto, come essere umano, ho sentito il bisogno vitale di uscire all’aperto, di cercare lo sguardo dell’altro e condividere quel fuoco che stavo custodendo da solo. È stata una trasformazione personale che ha poi preteso di diventare necessità artistica: avevo semplicemente bisogno di respirare insieme a una tribù reale.”
Le tue radici mediterranee e l’esperienza vissuta in Brasile convivono continuamente nella tua musica: quanto conta per te l’idea di costruire ponti tra culture diverse attraverso il suono?
“Tanto, anche perché il Mediterraneo e il Brasile si somigliano molto più di quanto si pensi: entrambi mettono il corpo, il calore e la sacralità del ritmo al centro dell’esistenza. L’esperienza in Brasile mi ha travolto, mi ha mostrato come la musica possa essere un rituale quotidiano che cura e unisce le persone per strada. Le mie radici mediterranee ci mettono la terra, l’anima e quella punta di malinconia. Costruire ponti non è una scelta a tavolino, è la mia natura: il suono è l’unico spazio in cui i confini geografici crollano e ci si ritrova fratelli in un istante.”
In un mondo sempre più veloce e frammentato, pensi che la musica rituale e immersiva possa ancora aiutare le persone a rallentare e riconnettersi con qualcosa di più profondo?
“Domanda difficile ma, forse la più importante su cui dobbiamo fermarci e riflettere! Credo che oggi sia un vero e proprio atto di resistenza. Siamo costantemente bombardati da stimoli di pochi secondi che ci frammentano la mente. La musica rituale fa l’esatto opposto: ti chiede di restare, di lasciarti ipnotizzare dal loop, di rallentare i battiti. Quando il ritmo diventa profondo e ripetitivo, costringe il cervello a sintonizzarsi su una frequenza diversa. Non è un modo per scappare dalla realtà, tutt’altro: è un modo per ricordarci che, sotto gli schermi dei telefoni, siamo ancora quelle creature primitive che hanno bisogno del battito del cuore e di connettersi a qualcosa di più grande.”
Con Tribe, Canja firma un lavoro che va oltre il concetto di album o progetto musicale. È un invito a ritrovare il contatto con la propria natura più profonda, a rallentare e a riconoscersi negli altri attraverso il linguaggio universale del ritmo. Un ritorno al battito originario che ci accomuna tutti, prima delle parole, delle differenze e dei confini.


