Dopo la vittoria a X Factor, BALTIMORA torna con “Dove Andare”, un brano che segna l’inizio di una nuova fase del suo percorso artistico. Un ritorno che arriva dopo cinque anni di silenzio discografico, trasformati in tempo di crescita, ricerca e consapevolezza.
La canzone si muove tra dubbi, identità e bisogno di trovare il proprio posto nel mondo, raccontando una generazione che vive costantemente nel confronto ma che, allo stesso tempo, prova a riscoprire il valore dell’incertezza.
Ne abbiamo parlato con BALTIMORA, che ci ha raccontato cosa è cambiato in questi anni e che tipo di viaggio dobbiamo aspettarci dal suo nuovo progetto.
Intervista
Dopo la vittoria a X Factor sono passati cinque anni di silenzio discografico: cosa è cambiato in te, come artista e come persona, in questo tempo?
“X Factor” è un mondo strano, un mondo che ti fa sentire in una modo che non rispecchia la vita reale. Una volta che lo show è finito, ho cercato di non sentirmi come cercavano di farci sentire lì dentro. Mi sono reso conto che non avevo né le esperienze, né la maturità di fare un certo tipo di percorso e ho così deciso di prendermi del tempo, sia su di me che sulla mia musica. Per anni ho fatto l’autore cercando di sviluppare il mio gusto in modo da capire cosa volessi veramente fare. Quando mi sono sentito pronto ho deciso di lavorare al disco che presto sentirete.
Artisticamente sono cambiato molto, soprattutto al mio modo di approcciarmi alla musica. Prima la facevo per me e ne ero quasi geloso. Ho finalmente capito la bellezza di saperla condividere e così ho iniziato anche a pensarla con un occhio per chi ascolta e per chi vuole provare a entrare nel mio mondo. Prima avevo paura di condividerla, cercavo solo chi fosse estremamente affine a me in modo quasi ossessivo. Ora cerco di renderla più aperta a tutti, voglio arrivare alle persone.
“Dove Andare” sembra partire da una domanda che riguarda tutti: quanto è difficile oggi accettare di non sapere esattamente quale direzione prendere?
Secondo me è veramente difficile. Viviamo costantemente nel confronto con le parti migliori della vita di tutti e così ci dimentichiamo che anche gli altri hanno dubbi, problemi, giornate negative. Anche loro provano tristezza, solitudine e tutte quelle sensazioni negative che di solito nel mondo social e digitale che popoliamo vengono nascoste.
Ci sentiamo sempre in difficoltà rispetto alle vite perfette degli altri ma forse dovremmo cercare di ricordarci che siamo tutti umani, siamo tutti uguali con gli stessi problemi. Questa cosa potrebbe anche far star male qualcuno, perché magari ci piace sentirci unici nelle nostre difficoltà ma credo che saperle condividere sia un bene e non sentirsi soli è l’unico modo per superare tutte le cose che ci vengono addosso.
Hai definito il colore di queste canzoni “blu mezzanotte”: che atmosfera dobbiamo aspettarci dal nuovo album?
È un disco che vuole essere ascoltato e capito. Ciò che mi piace è che mi emoziona sempre e, soprattutto, che la stessa canzone possa arrivare a due persone diverse in maniera diversa. Ci sono alcuni brani che magari ascoltati con leggerezza risultano quasi sorridenti e felici ma che in realtà sono estremamente pesanti, e viceversa con brani più forti e difficili da ricevere che parlano di gioia e accettazione.
Può essere ascoltato in tantissimi modi e non ha una sola narrativa. Il blu è il colore della malinconia, del ricordo, dell’attesa. Sono tre temi abbastanza importanti nel disco e pensavo fosse il colore migliore per rappresentarli.
Il progetto nasce anche con una forte vocazione live: quanto il palco ha influenzato il modo in cui hai scritto queste nuove canzoni?
Sicuramente moltissimo. Quando scrivo un brano mi immagino sempre di cantarlo e che prima o poi qualcuno lo ascolterà dal vivo. Credo che sia fondamentale ciò perché poi quando i brani sono troppo artefatti e raffinati è difficile riprodurle con fedeltà sul palco.
Il mio obiettivo è stato quello di fare un disco con molta attenzione alla sonorità, agli arrangiamenti e ai dettagli, sicuramente più di quanto si possa fare con quattro musicisti sul palco, ma che fosse facilmente adattabile sul palco. Sono sicuro che questa cosa di farà divertire quando lo suoneremo.




