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In un panorama discografico ossessionato dalla “vittoria” numerica e dalla viralità a tutti i costi, l’uscita di “Fammi fallire” (disponibile dal 30 gennaio) suona come un atto di sabotaggio deliberato e necessario. AvA (al secolo Laura Avallone) torna sulle scene non per compiacere, ma per disturbare, consegnandoci un lavoro che fa dell’indipendenza artistica non una medaglia da appuntarsi al petto, ma una trincea da cui combattere.

L’album si apre con la teatralità dark-pop di “Requiem”, una ballad energica che setta immediatamente il tono: qui non si celebrano funerali, ma si dichiara uno stato di tensione permanente. La voce di AvA – spesso accostata per graffio e intensità a quella di Loredana Bertè, ma qui declinata in una personalità propria e matura – è il filo conduttore che lega le nove tracce. È una voce che non ha paura di rompersi, perfetta per raccontare le crepe emotive di “Trattieni il respiro”, il singolo apripista. Qui il pop si spoglia di ogni romanticismo per descrivere l’apnea delle relazioni tossiche, quelle fatte di “parcheggi vuoti” e ciclicità asfissiante, con un ritornello che arriva dritto in faccia, brutale e liberatorio.

Ma la forza di “Fammi fallire” sta nei contrasti. AvA gioca a nascondino con l’ascoltatore in “Formentera”, un brano che inganna con una produzione late-night quasi estiva e leggera, per poi rivelare un testo intriso di rancore e non detti. È la colonna sonora di chi sorride a una festa mentre dentro sta crollando. Al contrario, la vulnerabilità diventa un’arma in “Scegli me”: un mid-tempo caldo dove la richiesta d’amore si fa rischiosa, perché chiedere di essere scelti significa consegnarsi totalmente.

Musicalmente, il disco tocca punte di complessità notevoli in “Per aspera ad astra”, forse il brano più strutturato dell’opera, con un respiro epico che evita però la retorica della “risalita facile”. La chiusura è affidata all’ironia pungente di “Vida lenta vida loca”, un finale ritmico che serve a togliersi qualche sassolino dalla scarpa con eleganza provocatoria.

Con “Fammi fallire”, AvA si conferma una voce fuori dal coro per scelta. Non rincorre le mode dei ventenni, ma parla a una generazione (quella dai 25 ai 45 anni) che è stanca della plastica. È un disco onesto, intellettualmente leale, che ci ricorda come, a volte, l’unico modo per essere davvero se stessi sia accettare la possibilità del fallimento. E in questo fallimento programmato, AvA ha trovato il suo successo più autentico.