Con Ad astra, Angelo Domenico Alfieri sceglie di muoversi in una direzione tutt’altro che scontata rispetto alle modalità con cui oggi siamo abituati ad ascoltare e pubblicare musica. Sei tracce, 34 minuti e un percorso pensato come qualcosa di più di una semplice successione di brani: un lavoro in cui composizione, orchestrazione e improvvisazione convivono all’interno di una forma precisa, senza che la progettazione finisca per soffocare la libertà dei musicisti.
È un disco che nasce dal jazz, ma che guarda anche altrove: Pink Floyd, Wayne Shorter, Herbie Hancock, il blues, il gospel e le colonne sonore di Piero Piccioni e Piero Umiliani entrano in un linguaggio che Alfieri ha costruito senza la necessità di aderire a una genealogia precisa. Anche la scelta dell’organico — undici musicisti tra sezione ritmica, fiati e quartetto d’archi — racconta questa volontà di lavorare sulle possibilità del suono, mettendo in relazione timbri e personalità differenti.
Prima di arrivare a Ad astra come progetto da leader, Alfieri ha attraversato contesti molto diversi, compresa la scena urban, lavorando in studio con artisti come Guè e 22Simba. Esperienze che hanno lasciato tracce nel suo modo di intendere la produzione, l’arrangiamento e il rapporto tra una struttura definita e la libertà dell’improvvisazione.
Al centro del disco rimane però l’idea del percorso: un movimento verso qualcosa che non è ancora stato raggiunto, tra verità, illusione e consapevolezza. Un viaggio che, come racconta Alfieri, non era stato necessariamente progettato fin dall’inizio, ma che ha preso forma poco alla volta, quando composizioni nate separatamente hanno iniziato a rivelare di appartenere allo stesso disegno.
1. “Piove” apre un disco concepito come un unico percorso, e non come una semplice raccolta di brani. Perché hai sentito la necessità di raccontare qualcosa attraverso una struttura così ampia e quale ruolo ha questo primo capitolo all’interno del viaggio di “Ad Astra”?
Sono sempre stato attratto dalle forme estese: i concept album, le sinfonie, le saghe letterarie. Mi affascina l’idea che un singolo elemento possa avere un valore individuale e, al tempo stesso, entrare in relazione con altri elementi, costruendo attraverso questa relazione un significato più ampio.
È una sensibilità che oggi non è particolarmente in linea con le modalità prevalenti di fruizione della musica. Gli artisti tendono sempre più spesso a pubblicare singoli o progetti brevi e ravvicinati, anche perché in un mercato così vasto e frammentato la frequenza delle uscite è diventata quasi una necessità. La mia è quindi una scelta che può apparire fuori tendenza, ma non per questo fuori dal tempo.
Ad astra è comunque un album essenziale: sei tracce, per una durata complessiva di 34 minuti. Non ho voluto aggiungere materiale semplicemente per assecondare l’idea tradizionale di album, ma costruire un percorso che avesse esattamente la durata necessaria.
Piove è il primo brano che ho scelto di presentare al pubblico, ma non è necessariamente l’inizio del racconto. Nell’economia dell’album ha avuto senso collocarlo nella seconda facciata. La pioggia evocata dal titolo ha infatti una funzione importante nel percorso del disco: è un elemento di passaggio, quasi catartico.
Ho scritto questo brano in un periodo in cui sembrava non smettesse mai di piovere. Avevo la sensazione di essere chiuso in un carcere d’acqua; eppure, dentro quella condizione, convivevano la dolcezza, la malinconia e la speranza che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato. Il brano nasce proprio da questa ambivalenza: una pioggia che è allo stesso tempo oppressiva e liberatoria. Per questo Piove rappresenta un momento di passaggio, anche se il suo significato più profondo emerge soltanto mettendolo in relazione con ciò che lo circonda.
2. Hai scelto di mettere insieme un organico di undici elementi, con sezione ritmica, fiati e quartetto d’archi. Cosa cambia, per un compositore, quando la propria idea musicale deve trovare un equilibrio tra così tante voci diverse? E quanto spazio hai voluto lasciare all’imprevisto e all’improvvisazione?
La scelta di questo organico è arrivata per gradi. Avevo immaginato inizialmente un album in quintetto; poi ho pensato che i tre fiati mi avrebbero permesso di ottenere voicing più completi e, infine, che alcuni brani potessero accogliere anche delle linee dedicate agli archi.
Mi piace scrivere per organici ampi perché mi permette di mettere in relazione timbri molto diversi e costruire una tavolozza sonora che un piccolo ensemble non potrebbe offrire. Naturalmente, più voci significa anche maggiore complessità: bisogna sapere quando riempire e quando lasciare spazio, mantenendo un equilibrio costante tra pieni e vuoti.
In un contesto del genere l’improvvisazione difficilmente può essere completamente libera. Nell’album ci sono gli spazi tradizionalmente riservati ai solisti negli organici ampi, ma ho voluto lasciare molta libertà anche alla sezione ritmica, affinché emergesse la personalità dei musicisti. Per me era fondamentale.
Non cercavo semplicemente degli esecutori capaci di riprodurre ciò che avevo scritto, ma musicisti in grado di farlo proprio, di entrarci dentro e trasformarlo attraverso la propria sensibilità. Ognuno ha portato qualcosa che non era scritto sulla partitura e che, proprio per questo, non avrei potuto ottenere da nessun altro.
In questo senso, Ad astra è il risultato di una scrittura personale, ma anche dell’identità di chi quelle composizioni le ha fatte vivere. La partitura è il punto di partenza; il disco nasce nel momento in cui quella musica incontra i musicisti.
3. In “Ad Astra” il jazz dialoga con Pink Floyd, Wayne Shorter, Herbie Hancock, ma anche con il blues, il gospel e le colonne sonore di Piero Piccioni e Piero Umiliani. Come hai evitato che influenze così riconoscibili diventassero semplicemente citazioni, trasformandole invece in parte di un linguaggio personale?
Devo ammettere che, quando l’album era già stato registrato e la fase di lavoro in studio volgeva al termine, ho dovuto interrogarmi parecchio su come comunicarne l’identità. Il mercato musicale vive di etichette e tende a richiedere che ogni progetto sia facilmente riconducibile a un genere e a una precisa genealogia. Per Ad astra non ho lavorato in questo modo.
Ho raccolto nel tempo idee musicali molto diverse, incontrate durante il mio percorso di ricerca artistica, e quando ho riconosciuto delle affinità tra alcune di esse ho pensato di riunirle in un album. Ovviamente, nessuno nasce dal nulla: ogni autore è figlio della musica che ha ascoltato e interiorizzato, e molte influenze finiscono per emergere in modo quasi inconsapevole.
Non ho mai scritto pensando di imitare la maniera di questo o quell’autore. Piuttosto, sono partito da alcuni elementi che sentivo miei, li ho sviluppati e poi filtrati attraverso il mio gusto compositivo. Alla fine, forse, il modo più personale di fare musica è proprio questo: non cercare di essere originali a tutti i costi, ma permettere a ciò che si è assimilato di trasformarsi naturalmente nella propria voce. A un certo punto le fonti smettono di essere citazioni riconoscibili e diventano parte del modo in cui pensiamo e ascoltiamo la musica.
4. Prima di arrivare a questo progetto da leader hai suonato anche in contesti molto diversi, compresa la scena urban, lavorando con artisti come Guè e 22Simba. Quanto queste esperienze apparentemente lontane dal jazz hanno modificato il tuo modo di pensare il suono, l’arrangiamento e soprattutto il rapporto con la forma?
Sono dell’idea che ogni esperienza musicale contribuisca alla costruzione dell’identità di un artista. A differenza di molti dell’ambiente, non ho mai avuto forme di snobismo music


