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Un videoclip che nasce da un’idea semplice ma complessa da tradurre: rendere visibile la meraviglia. Amaze You, nuovo singolo di Filippo De Paoli, ex leader dei Plan de Fuga, trova nella sua dimensione visiva un’estensione coerente e tutt’altro che accessoria, costruendo un racconto che affonda le radici nella sfera personale per aprirsi a una riflessione più ampia sul presente. Il video diventa così uno spazio di sintesi tra linguaggi, sensibilità e strumenti, capace di restituire in immagini ciò che il brano suggerisce sul piano sonoro.

Elemento centrale del progetto è l’utilizzo dei disegni realizzati dai figli dell’artista, materia grezza e autentica che viene successivamente rielaborata attraverso l’intelligenza artificiale. Non si tratta di un semplice intervento estetico, ma di una scelta che definisce il senso stesso dell’operazione: la tecnologia non sostituisce il gesto umano, ma lo attraversa e lo amplifica. Il risultato è un equilibrio che evita sia la nostalgia sia l’entusiasmo acritico verso l’innovazione, preferendo una zona intermedia in cui convivono spontaneità e costruzione.

In questo contesto, il videoclip assume una funzione narrativa autonoma. Non illustra il brano in modo didascalico, ma ne sviluppa le implicazioni, soffermandosi sul concetto di tempo e sulla possibilità — o necessità — di preservare uno sguardo capace di stupirsi. È una riflessione che si inserisce in un percorso personale segnato da una lunga distanza dalla scena musicale, durante la quale De Paoli ha continuato a lavorare lontano dall’esposizione pubblica, accumulando materiali e prospettive.

La collaborazione con Giuliano Golfieri contribuisce a definire la struttura del video, portando un approccio che unisce competenze tecniche e sensibilità artistica. Il dialogo tra i due si traduce in un prodotto che non cerca scorciatoie visive, ma costruisce un linguaggio coerente con l’identità del progetto. Ogni elemento appare funzionale a un disegno preciso, senza eccedere in soluzioni decorative o sovrastrutture.

Il ritorno di Filippo De Paoli passa dunque anche da qui: da un videoclip che si pone come primo tassello di una narrazione più ampia, in cui la libertà creativa diventa il criterio principale. L’intervista che segue approfondisce proprio questi aspetti, mettendo a fuoco il processo che ha portato alla realizzazione di Amaze You e il modo in cui immagini e musica si intrecciano in una visione unitaria.

  1. “Amaze You” ha un equilibrio tra energia elettronica e dimensione intima: come hai lavorato per ottenere questa sintesi?

Essendo abituato a lavorare sulle colonne sonore, il momento scandito dal pianoforte è nato come risultato di una ricerca compositiva immaginifica, dedicata a immagini non ancora esistenti. A volte succede che l’esito di questa ricerca sia più affascinante del previsto e superi la necessità di essere accostato a un video, riuscendo a reggersi perfettamente da solo. È proprio per questo motivo che ho deciso di farne un singolo. Un altro elemento fondamentale per creare questo equilibrio è il testo: si tratta di sole quattro frasi, ma capaci di lanciare un messaggio profondo di meraviglia e di speranza, in un mondo che percepisco come sempre più superficiale e materialista.

Il videoclip traduce visivamente il concetto di meraviglia: quanto è stato complesso trasformare un’idea così astratta in immagini concrete?

In realtà è stato semplicissimo: i bambini disegnano senza obiettivi specifici e realizzano cose meravigliose, di cui a volte non sono minimamente consapevoli. Il mio ruolo è stato semplicemente quello di fare da loro grande fan, con il desiderio di dare vita a un po’ di magia partendo proprio dalla loro arte così pura e istintiva, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che se ben diretta può fare davvero la differenza.

Il fatto che il brano arrivi dai tuoi archivi personali cambia il modo in cui lo percepisci oggi?

“Amaze You” è un brano composto qualche anno fa, quindi la distanza temporale non è enorme e lo sento ancora molto vicino alla mia sensibilità attuale. Quello che trovo davvero affascinante è il lavoro che sto facendo su altre cose. In futuro, infatti, pubblicherò dei brani che considero a tutti gli effetti scritti “a due mani”: una sorta di vera e propria collaborazione artistica tra il “me” di dieci anni fa, che ha gettato le basi e le intuizioni originali, e il “me” di adesso, che le riprende in mano per portarle a compimento. E devo dire che, per fortuna, queste due versioni di me vanno ancora d’accordissimo!

Collaborare con Giuliano Golfieri per il video ha portato nuove prospettive al progetto?

Collaborare con Giuliano è sempre illuminante e divertente. Oltre a essere un carissimo amico e un vero esperto di intelligenza artificiale, ha la rara capacità di rendere concrete e “fattibili” certe mie idee strampalate nel giro di pochi secondi. Di lui mi fido ciecamente. È sempre stato un supporto fondamentale per me, fin dai tempi in cui suonavo con i Plan de Fuga: in un modo o nell’altro ha preso parte a tutti i nostri live, a tutti i dischi e a tutti i video, ogni volta in una veste diversa, ma rivelandosi sempre una risorsa preziosa.

L’uso dell’intelligenza artificiale nel videoclip è un’estensione creativa o anche una riflessione sul presente tecnologico?

È decisamente un’estensione creativa. Mi piace pensare che le cose belle succedano semplicemente quando devono succedere: il mio intervento è stato molto pratico, ho fornito all’AI i disegni dei bimbi nell’ordine prestabilito, lasciandole il compito di creare le transizioni fluide tra un’opera e l’altra. Le idee e l’anima del video restano quindi umane. Però c’è un aspetto che trovo affascinante in questo incontro: in fondo, anche l’intelligenza artificiale oggi è ancora un po’ “bambina”. Sta scoprendo il mondo e ha un potenziale acerbo e sorprendente, che in questo caso si è sposato alla perfezione con la fantasia pura dei più piccoli.

In questo nuovo percorso, senti di essere più libero rispetto al passato con i Plan de Fuga?

 

La verità è che anche con i Plan de Fuga ho sempre fatto quello che volevo: insieme ai ragazzi avevamo sviluppato un sound molto personale che, purtroppo, non ha avuto il riscontro che a mio avviso avrebbe meritato. C’è da dire, tuttavia, che il linguaggio strettamente rock ha dei confini precisi. Io sono sempre stato molto propenso alle contaminazioni musicali e, alla lunga, finivo per sentirmi un po’ ingabbiato nelle dinamiche di un solo genere. Oggi, invece, ho la libertà totale di esplorare