1.
“Maltese” attraversa un confine molto sottile tra realtà e immaginazione: quanto è stato importante per te non spiegare il dolore, ma lasciarlo esistere attraverso immagini e simboli?
Credo fermamente che l’arte, di qualunque tipo – si tratti di musica, letteratura o cinema – sia il rituale più potente che esista, il modo più efficace per esprimere le proprie emozioni, anche quelle negative; molti non ne fanno uso perché credono sia un privilegio di pochi, qualcosa di raro e specialistico, invece farebbero meglio a scrivere o dipingere qualcosa anziché lasciare tutti i rimossi e tutte le frustrazioni nel chiuso delle case, delle famiglie, delle agende intime; questo serve soprattutto ad accumulare problemi e contraddizioni.
Le immagini e simboli in un certo senso parlano da soli, spiegare eccessivamente o farne dei veicoli di “senso” porta a ottenere risultati eccessivamente didascalici, “scolastici”. Credo sia orrendo fare lo “schemino” dei propri desideri e sentimenti.
2.
Nel videoclip convivono suggestioni molto forti, da Hugo Pratt a David Lynch: come hai lavorato per trasformare questi riferimenti in qualcosa di personale e non solo citazionista?
Da Pratt ho preso soprattutto un certo immaginario di fondo sul viaggio e sull’avventura che pur incontrando la Storia si esauriscono in sé stessi, senza avere una meta precisa – l’immagine del gabbiano è ricorrente nei fumetti di Corto; da Lynch, che ha scritto un libro intitolato “Perdersi è meraviglioso”, l’idea di diversi mondi e sogni che si intersecano fra loro, senza spiegazione. Tutto il resto nasce appunto da un mio lutto che non è un lutto convenzionale – fortunatamente non è morto nessuno! – ma è il lutto inteso come la fine di un mondo che mi accompagnava.
3.
Le location — tra le scogliere di Old Harry Rocks e gli interni di Villa Forini Lippi — sembrano raccontare due stati emotivi opposti: fuga e introspezione. Quanto lo spazio, in questo progetto, diventa parte della narrazione del lutto?
Mi sembra giusto specificare, a dieci anni dalla morte di Umberto Eco, che Villa Forini Lippi ospita una grande biblioteca (nello specifico, la comunale “Leandro Magnani” di Montecatini Terme).
In una biblioteca si “viaggia” molto: ogni spazio – cioè ogni libro, ogni film, ogni album – quando diventa spazio dell’immaginazione, può consentire viaggi molto più ampi di quelli strettamente fisici e geografici; così si può non tanto “elaborare” un lutto (concetto terapeutico che non mi appartiene) quanto proprio aprire una porta e uscirne, lasciare quel mondo per un altro.
Sembra un discorso magico, esoterico, ma è un gioco che i bambini sanno immaginare benissimo: semplicemente si attraversa un varco, una soglia, o si attiva un oggetto magico, e si è altrove.
Le Old Harry Rocks si trovano a Bournemouth (UK) dove abitano due cari amici che sono i genitori di Lucy, una bambina estremamente intelligente e sensibile che nel videoclip incarna la mia dimensione più autenticamente infantile.
4.
“Maltese” si lega a Lutero 2.0 come una sorta di riapertura della storia: senti che questo nuovo capitolo porta davvero verso una liberazione o resta ancora sospeso tra possibilità e incertezza?
La libertà non è un concetto necessariamente positivo, comporta sempre una perdita, una separazione: «Looks like freedom but it feels like death», come diceva il grande Leonard Cohen in Closing Time, una canzone che ho adattato e tradotto personalmente e che in questo album diventerà Ultimo Tango, prendendo in prestito il titolo da uno dei capolavori di Bernardo Bertolucci.
Lutero 2.0 raccontava tutt’altro, ma in effetti c’era questo influencer che aveva il terrore di uscire di casa e che alla fine si univa in una specie di “matrimonio” con la governante seduttiva e terribile che lo imprigionava, interpretata da Elena Gigliotti. In Maltese un anello di fidanzamento viene abbandonato per sempre sullo stesso materasso che in Lutero 2.0 faceva da talamo nuziale; mi è sembrata un’immagine efficace per raccontare il distacco, e anche per accettarlo. Del resto l’anello esprime sempre un vincolo che si vuole indissolubile, e in quanto tale è un oggetto molto più pericoloso di una pistola. L’anello può essere anche arma, ricatto, violenza (gli universi di Tolkien e Lynch lo raccontano molto bene); non ho nulla contro Sal Da Vinci, ma mi fa effetto che sia ancora così nazional-popolare l’immagine della promessa che non potrà mai infrangersi, a qualunque costo. La realtà delle cose e delle persone è molto più complessa; le parole “per sempre” possono essere molto pericolose, specialmente quando si scopre che sono false.
Credo che due persone possano fare una scommessa comune; succede di farla e poi di perderla.
A quel punto una nuova avventura deve cominciare




