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In questa intervista esclusiva per MEI WEB, l’artista e produttrice ci racconta il suo in-credibile viaggio geografico e umano: dalla fuga da Minsk — dove la musica era linguaggio politico e testimonianza di ferite profonde — fino all’approdo in Italia. È qui che, durante la pandemia, si è liberata una vera e propria urgenza creativa, capace di tradursi in un’operazione discografica indipendente e monumentale: “30 brani per 30 voci”.

Con il primo volume dell’EP appena pubblicato, un immaginario cosmico curato nei mi-nimi dettagli e il nuovo singolo “Tu provieni da Marte” (in collaborazione con la torinese Sakuna), l’artista sfida la comfort zone della discografia italiana contemporanea. Una conversazione densa che parla di canzoni nate come “trance”, della transizione coraggiosa da autrice a imprenditrice della propria musica, e di una ricerca filosofica che scuote l’ascoltatore ponendo la domanda più importante di tutte: non tanto come sopravvivere, ma per che cosa vivere.

Dalla Bielorussia all’Italia, il tuo percorso è un viaggio geografico e artistico. Come si sono fuse queste due culture nel tuo modo di intendere il pop e la musica d’autore?

A Minsk ho studiato giornalismo televisivo e ho lavorato nella redazione musicale della TV nazionale bielorussa: lì ho imparato a guardare la musica non solo come intrattenimento ma come linguaggio che racconta un Paese, le sue ferite e i suoi sogni. La situazione politica però è diventata talmente opprimente da costringermi a scegliere: restare e spegnermi lentamente o andare via e provare a salvare la mia voce. Molti miei amici universitari hanno conosciuto o stanno ancora conoscendo la prigione del regime; questo non è un dettaglio biografico ma una cicatrice che ti cambia per sempre lo sguardo sul mondo e sull’arte.

Paradossalmente, non ho mai scritto poesia prima della pandemia. Poi, all’improvviso si è aperto un canale. È come se una forza cosmica avesse deciso di dettarmi le parole: in due anni ho scritto 500 testi in russo, quasi in trance creativa. Per farli esistere fuori dai cassetti ho iniziato a musicarli e a condividerli sui social. La risposta delle persone è stata immediata, anche in Italia: sentivano qualcosa ma non capivano il testo e mi chiedevano di cosa parlavano i brani. E lì è arrivato un cortocircuito: raccontare a parole razionali la poesia per me significa un po’ sconsacrarla, toglierle quell’aura misteriosa che la rende viva.

Così ho cominciato a scrivere in italiano. In un anno ho scritto 30 brani. È stato il mio modo di mettere in dialogo la mia cultura letteraria slava con la tradizione del cantautorato italiano che amo soprattutto nella sua epoca d’oro con quella straordinaria vena di sperimentazione elettronica pionieristica che in Italia c’è stata eccome. Arrivando qui però ho percepito un disagio nel settore discografico: lo avverte chi lavora nella musica ma anche il pubblico. A un certo punto qualcosa si è fermato, ripetendo sonorità già conosciute e chiudendosi in un loop. Questo ha educato anche l’orecchio degli ascoltatori a non uscire dalla comfort zone del “già sentito”.

Intanto però la musica, nel mondo, andava avanti. Io ho sentito questa distanza e ho sentito anche il bisogno di colmarla a modo mio: con testi universali e con produzioni  sperimentali dentro generi che raramente si sentono cantati in italiano. Molti artisti scelgono l’inglese perché temono che la lingua d’origine sia un limite. Io invece ho deciso di osare: voglio dimostrare che si può cantare in italiano senza essere provinciali e che si può parlare al mondo restando fedeli alla propria lingua.

Per me il testo è il fulcro di tutto. È il testo che chiama la melodia, che suggerisce il genere, che accende il timbro, che definisce l’umore. Alla fine è sempre la parola che deve catturare l’attenzione e lasciare un segno, esattamente come accadeva nell’era d’oro della canzone italiana.

Hai trasformato la tua attività in una vera etichetta indipendente che segue tutto, dal talent scouting ai video. Qual è stata la sfida più difficile nel passare dal ruolo di autrice a quello di imprenditrice della tua musica?

La sfida più grande è stata conquistare la fiducia degli artisti quando, di fatto, non esistevo ancora come “etichetta”: non avevo lavori da mostrare, nessun portfolio, nessuna credenziale. Solo idee, melodie e demo. Sceglievo sui social le voci che mi colpivano, inviavo brano e presentazione e le reazioni erano le più diverse: dal silenzio totale alla superiorità dei “veterani”, ai preventivi a ore per la voce fino alle risposte cortesi ma sfuggenti. Chi è rimasto sono quelli che hanno sentito l’anima del progetto e hanno deciso di crederci insieme a me.

Ed è proprio per loro che oggi mi sento responsabile di portare questo lavoro collettivo al pubblico: non rappresento solo me stessa ma un gruppo di circa quaranta creativi che ha messo tempo, cuore ed energia in queste canzoni. Viviamo in un’epoca in cui è difficile fidarsi, in cui è complicato distinguere il vero dal falso e in cui siamo tutti un po’ stanchi quindi non è immediato né entusiasmarsi né entusiasmare. Io però ho deciso di provarci e adesso il nostro sogno è che quell’entusiasmo passi anche alle persone che ascolteranno la nostra musica.

“30 brani per 30 voci” è un’operazione monumentale. Come hai selezionato Sakuna per il singolo “Tu provieni da Marte” e cosa ha aggiunto la sua voce alla tua visione del brano?

Per “30 brani per 30 voci” cercavo per Tu provieni da Marte una voce giovane, asciutta, minimale, non impostata e lontana dall’accademia, quasi amatoriale. Quando ho scoperto Sakuna, giovane cantante di Torino che lavora con diversi produttori in area pop/club ed elettronica e che solitamente canta in inglese, ho sentito che la sua immagine e la sua energia “un po’ aliena” si sposavano perfettamente con il mood del brano.

Credo che lei abbia accettato quasi per gioco ma proprio questo approccio leggero ha reso la sua interpretazione ancora più spontanea e speciale. In studio abbiamo poi trattato la sua voce come uno strumento, processandola e modellandola per darle un tocco più futuristico in linea con l’idea “marziana” del pezzo. Sakuna ha aggiunto questo tono minimale e quasi sintetico che, per me, rispecchia l’insicurezza e la fragilità degli esseri umani in un mondo sempre meno umano. Il risultato finale rispecchia esattamente la visione che avevo in mente per il brano.

Tra “Samarra” e “Tu provieni da Marte” intercorre una ricerca filosofica e sonora. C’è un concetto universale che lega tutte le tracce di questo primo volume?

Sì, c’è un filo conduttore molto chiaro. Nei testi di questo primo volume mi concentro su temi universali che chiunque possa “indossare” a prescindere da età, status, genere o gusti musicali. L’asse centrale non è tanto come sopravvivere ma per che cosa vivere: è una domanda che, prima o poi, arriva a tutti. Tra “Samarra” e “Tu provieni da Marte” c’è proprio questa ricerca filosofica e sonora: un viaggio che mette al centro il senso dell’esistenza più che la sua mera resistenza.

La cover art di Lucilla Dosa e la grafica di Paolo Stefanelli suggeriscono un immaginario cosmico. Quanto è importante per te che l’estetica visiva rispecchi le sonorità elettroniche dell’EP?

Il mio logo nasce con questa intenzione: mandare subito il messaggio che sono una “ricercatrice” di qualcosa di nuovo, sia nella scrittura dei brani sia nella scelta delle sonorità. Vorrei uscire dalla comfort zone del già conosciuto: esplorare orizzonti diversi, non avere paura di sperimentare, osare, mescolare generi e portare nel mix tecniche che di solito non si usano perché considerate non convenzionali o “estranee”.

Sono convinta che non ci si possa fermare: bisogna evolvere anche a rischio di sembrare un’aliena. Spesso ciò che all’inizio appare strano è proprio l’inizio di un cambiamento. E poi, in un’epoca così profondamente digitale, chi può davvero pensare di rimanere del tutto senza suoni elettronici? Sarebbe un po’ come pretendere di usare ancora i piccioni viaggiatori al posto di internet.

Ti rivolgi a un pubblico trasversale (25-55 anni). Qual è l’emozione che speri rimanga impressa in chi ascolta i tuoi brani per la prima volta?

Vorrei che chi ascolta i miei brani per la prima volta sentisse soprattutto curiosità. Non metto confini di età: per me la musica è per chiunque sia disposto ad ascoltare con mente e cuore aperti.

Se una canzone riesce a far nascere la voglia di scoprire di più – un suono, un testo, un’immagine interiore – allora ha già raggiunto il suo obiettivo. Mi piacerebbe che restasse impressa proprio questa sensazione di “inizio”, come se ogni ascolto fosse la prima tappa di un piccolo viaggio personale.

Questo è solo il Vol. 1. Cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi capitoli e quali sono i prossimi appuntamenti dal vivo o promozionali che ti vedranno protagonista?

Per i prossimi capitoli potete aspettarvi un vero percorso a tappe: in totale ci saranno 6 EP ciascuno con 5 brani, 5 voci diverse, 5 mood e 5 storie, in uscita più o meno ogni due mesi. Il calendario è già in movimento: dopo questo primo volume, i prossimi appuntamenti sono il 10 luglio, l’11 settembre e così via, per accompagnare il pubblico in un viaggio lungo un anno.

Il secondo capitolo sarà dedicato ai rapporti uomo-donna e a quei momenti in cui siamo costretti a ricominciare da zero: quando torniamo “a casa” dopo un’esperienza anche difficile, per ricaricare le batterie e trovare il coraggio di affrontare di nuovo la vita e le sue scosse emotive. Parallelamente ci saranno passaggi radio, contenuti video, racconti via social: vorrei guadagnare l’interesse del pubblico passo dopo passo, senza forzature, lasciando che la curiosità cresca.