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Dopo il ritorno a sorpresa con l’inno generazionale “Gli inutili”, Pablo America annuncia oggi il suo nuovo album “CANZONI D’AMORE PER LUIGI MANGIONE” (Maciste Dischi), disponibile ovunque da venerdì 10 luglio.

Questo manifesto, affidato ai canali social di Maciste Dischi, raccoglie i pensieri di Pablo a riguardo:

Qualche settimana fa Maciste Dischi S.r.l. ha chiesto di riprendere in mano la mia pagina instagram, ma mi sono accorto di aver perso la password e dopo svariati tentativi di recupero ho capito che fondamentalmente era giusto così.

C’è un racconto, il racconto dell’isola del Vitruvio; dove naufraghi sbarcano sulla battigia d’un’isola, e camminandovi si scoprono terrorizzati, terrorizzati della possibilità lì non vi sia umano. Ma ad un tratto, camminando, incontrano orme umane sulla sabbia, ed eccoli, improvvisamente placarsi, riconoscersi; sapendo e sperando assieme, di non essere soli su quell’isola.

Oggi viviamo nell’epoca post-vitruviana. 

Ogni traccia, ogni fotografia, ogni suono, ogni canzone, ogni impronta non ha più, in sé, certezza umana. Si è, attraverso la cultura della paura, rinunciato a sé, per diventare macchina, si è rinunciato al nostro sentire per la paura, il controllo, la violenza, il riconoscimento.

È un paradosso, è innaturale: pensare di non esistere solo perché qualcuno non ratifica il nostro esistere. È la prova lampante dell’ignorarsi, perché il procacciare riconoscimento è azione, già da sé, d’un sé, che in sé esiste.

L’economia è un treno che corre sui binari dell’errata corrige. E su quei binari, vagoni di materiale sincretizzato e stivato, vanno perché devono andare cosicché “funzioni”; così che il numero corrisponda la corrige e non il non-numero.

La matematica è arte fintanto che il numero è non-numero. E quei vagoni che si diceva possono andare così a legna corrono, ma la legna proverrà sempre da foreste necessariamente buone; sarà sempre l’oasi autentica, da estirpare senza che nessuno sa perché..

Questo disco si intitola “canzoni d’amore per Luigi Mangione”.

Non cercate la cronaca, non cercate il giudizio morale, io non sono un giudice.

Luigi Mangione, per me, è un dispositivo simbolico. È un sintomo.

È la matematica che grida di essere non-numero. Se stanotte vi svegliaste in uno stato febbrile, e questo persistesse nei giorni a seguire, non vi limitereste ad assumere del paracetamolo; andreste dal medico, pretendereste un’anamnesi, un’analisi della situazione.

Il sistema che chiamano “occidentale” (chissà rispetto a cosa), questa immensa e mai eterna struttura di sorveglianza, basata su rapporti di forza, potere, violenza e produzione della specie, ha optato per la paura. L’ha assunta. La incarna. Va da sé che occorre manomissione di un caso come il caso Mangione e ciò a partire dalla manomissione del sé.

Luigi Mangione mi appare come un essere umano senza labbra che prova con tutta la sua forza a urlare.

Io non voglio violenza nella mia vita. Assumere la violenza per combattere altra violenza ne implica la ciclicità; poiché persegue e prosegue la logica del violento sistema. Lo nutre, lo accoglie.

È come il sentirsi, scoprirsi nudi nel frutteto maturo, autenticamente affamati, e sceglier di mangiarsi le unghie.

Ascoltarsi, ascoltare i sintomi, dal sé in poi, dalle micro-società familiari alle intere nazioni che condividono, attraverso il linguaggio, una narrazione mutilata, fatta di parole mutilate, quindi di significati mutilati condividendo l’orrore della semantica, lo stupro dell’etimologia. Il rifiuto del non-tempo. Lo “scopare”: il cibo, la strada, l’altro, il libro, la canzone, sé stessi, scopare.

Queste canzoni non le ho scritte per Luigi Mangione. Le ho scritte mentre stavo male, mentre adempivo al dovere, al sistema, alla funzione, ai consumatori di codice.

Ero il fabbro che forgiava strumenti per far divertire da “morire”. Costruttore di scrivanie su misura per addetti alla propaganda e quindi, anch’io servo della propaganda.

Ero pesce di fiume, di lago e di mare, ambizioso di diventare bravo ingegnere d’acquari.

Quando riascoltavo l’album provavo un rigetto totale.

Ho vomitato e vomitato, fino a cogliere che il conato è qualcosa che, naturalmente, ha da uscire.

Volevo lasciarle andare in malora queste canzoni, perché quel me l’ho mandato in malora.

Sentivo in queste canzoni la puzza della baracconata accompagnato dalle non-voci delle non-persone: i non-umani.

Le non-voci di chi, deliberatamente e machiavellicamente, usa il cervello delle persone.

Chi controlla ha sempre paura.

Quest’anno ho assistito, pregno di gioia di fanciullo, quindi pregno di me, alla distruzione di tutto quel che era la mia vita.

Non è stato per mezzo di bombe e mitra, nessun patibolo e nessuna piazza, nessun giudice o imputato. Nessuna mente. Non vi è stata violenza.

È stata la natura, un terremoto totale.

Ed io correvo e corro, gioioso e senza fine, senza slitte e senza scarpe intorno al brutalismo che, da sé, crolla e crollerà sempre. La natura non è caos.

Sono stato in campagna del mio amico Flavio Gonnellini e insieme a Flavio ho messo in ordine la carne e l’anima di queste canzoni, che mi apparivano come corpi inanimati.

L’unica restituzione di senso e significato era dedicarle a chi ha scelto se stesso.

Il punto non è l’automartirio, il punto è il darsi.

Vi lascio con una domanda:

Se un autore di canzoni riceve un prompt dal mercato “Scrivi un pezzo alla Gazzelle, ma con la produzione ed il sound à la Tame Impala, toccando quelle precise corde ecc ecc e blablablabla”  ed esegue fedelmente l’ordine trasmesso, al fine d’ottenere riconoscimento economico e sociale… questo “umano”, pur non essendo una “intelligenza artificiale”, è ancora definibile umano? 

Siamo già nel transumanesimo.

Rispetto alla logica del sistema, e quindi, rispetto a come va tutto, mi sento talvolta responsabile della possibilità dell’aver esperito la fanciullezza, d’essermi ad un certo punto “visto”, e di ricordarmene. Vi è forse possibilità di violenza superiore al fatto di non potersi vedere? Di non prendere parte alla fanciullezza? Di non prender parte a sé? di non prender parte, naturalmente, al non-tempo?

Non è importante l’uso che farete di questo disco. La mia sorgente umana è questa. Ho smesso di barattare il mio tempo per delle briciole e per l’apologia del sistema.

Questo album è l’atto di nascita di un essere umano che ha deciso di stare nel crollo, ma di starci vivo.

È vero che se 3+2 fa 6 e 3+3 fa 7, allora 3+4 fa 8. Non vi è alcun dubbio vi sia una logica in ciò.

Tuttavia, 3+2 fa 5, 3+3 fa 6 e 3+4 fa 7.

Ascoltiamo il sintomo, esistiamo.

Gerardo

Pablo America è un cantautore e produttore, non usa i social e non ama le fotografie. Nato a Torino negli anni 90, vive da anni in campagna, nelle Marche. Prima di dedicarsi unicamente alla musica, fino al 2021 ha lavorato come Uber driver collezionando tra Roma e Milano oltre tremila corse che sono state come lui stesso afferma: “la migliore ispirazione possibile per le mie canzoni”. Il suo pop è un reportage della realtà che si consuma nello stomaco, illuminato improvvisamente da squarci di psichedelia lirica e guidato dal bisogno viscerale di non sentirsi soli nel buio. Tutto in lui è organico e tattile. Nel 2023 è uscito per Maciste Dischi “San Michele” in esordio culto.


https://www.instagram.com/macistedischi