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“Dream Core” racconta un amore sospeso tra sogno e dannazione: quanto è difficile accettare questa contraddizione senza cercare di semplificarla?

“Dream Core” nasce inizialmente come colonna sonora per un cortometraggio sull’emigrazione, un progetto mai realizzato ma che ha lasciato dietro di sé una traccia, quasi un fantasma.

Non è una canzone d’amore in senso stretto, ma piuttosto un tentativo di raccontare la volontà di sopravviversi, di concedersi una seconda possibilità. Un gesto che può sembrare amore verso sé stessi, ma che allo stesso tempo implica disciplina, fatica, attraversamento.

Il sogno, in questa visione, non è l’opposto della dannazione. Al contrario, la contiene. Perché ogni immaginazione del cambiamento passa inevitabilmente attraverso una distruzione: distruggere per ricostruire.

Ed è proprio qui che il brano trova il suo centro: nel sogno come atto di sovversione personale.


Dopo quasi dieci anni di silenzio discografico, tornate con un suono ancora più emotivo e stratificato: cosa è cambiato nel vostro modo di vivere e raccontare la musica?

Il ritorno non è stato lineare. L’album avrebbe potuto vedere la luce molto prima, ma il percorso si è dilatato nel tempo per motivi che vanno oltre la musica.

Non essendo musicisti professionisti, la band è diventata nel tempo una sorta di luogo lontano: una destinazione a cui tornare, ma anche una presenza costante, capace di illuminare o complicare le giornate.

Il risultato è un suono più stratificato, che non nasce da un metodo preciso ma da un accumulo: di attese, di tensioni, di intenzioni rimaste sospese. Una coralità di irrequietezze che trova finalmente una forma.


In “Àmor” mettete al centro il contatto, la carnalità, il desiderio: è una risposta consapevole a un periodo di distanza e isolamento?

Sì, perché la distanza è alla base stessa del desiderio.

Desiderare significa, letteralmente, sentire la mancanza delle stelle, percepirne la lontananza. È proprio in questa distanza che nasce la tensione, che prende forma il bisogno.

L’idea iniziale era quella di intitolare l’album “Lontano”, proprio per riflettere su questo concetto. Anche l’amore, in fondo, esiste davvero solo quando porta con sé il rischio della perdita, dell’impossibilità.

È nell’assenza che si accende.


La vostra musica ha sempre trasformato fragilità e oscurità in qualcosa di condivisibile: oggi, che ruolo ha per voi la musica nel dare un “posto nel mondo” a chi ascolta?

L’idea che la musica possa offrire un posto nel mondo è qualcosa che sentono profondamente.

Le esperienze personali che danno origine a una canzone diventano linguaggio universale, capace di connettersi con sensibilità diverse.

È un passaggio di consegna: dopo essere stati ascoltatori che trovavano nella musica una forma di riscatto emotivo, oggi la band prova a restituire qualcosa di quel percorso.

Una catena invisibile, fatta di emozioni che continuano a passare da una voce all’altra.