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JaydeeQ è un progetto elettronico nato nel 2025 dall’incontro tra Salvatore Marano, Jacopo Trivero e Diego Lacaille. Il trio si distingue per un approccio fuori dagli schemi: nessun DJ set, ma performance costruite esclusivamente con strumenti suonati in tempo reale, con l’obiettivo di riportare al centro la dimensione fisica e performativa dell’elettronica.

 

L’album omonimo “JaydeeQ” racchiude questa visione in un percorso sonoro che attraversa new rave, electro punk, EBM, IDM ed electro-industrial, alternando energia, sperimentazione e ricerca melodica. Nato tra le montagne della Val Varaita, negli spazi de La Bucaniera e all’interno del collettivo Cime Sonore, il disco rappresenta l’esordio di una realtà che guarda all’elettronica come esperienza viva, suonata e profondamente emotiva.

 

“JaydeeQ” nasce da un’esigenza precisa: riportare energia live dentro l’elettronica. Quando avete capito che questa intuizione poteva diventare un vero progetto artistico?

Non subito in effetti. JaydeeQ non è nato come progetto ma lo è diventato senza che ce ne rendessimo conto.

Io (Diego), Jacopo e Salvatore siamo amici da tanto tempo, venti anni almeno e abbiamo suonato in band diverse in anni passati. Circa un anno fa ci siamo ritrovati alla Bucaniera, che è una residenza per artisti con studio di registrazione sulle montagne della Val Varaita creata e gestita da uno di noi (Sal), e ci siamo messi a suonare, improvvisando e sperimentando con strumenti per noi nuovi (drum pad, sintetizzatori) così senza particolari fini o scopi ma per il gusto di farlo. Inizialmente era più che altro un gioco. Ma per giocare ci siamo dati delle regole, tre regole se vogliamo essere precisi: la prima è di lavorare solo con strumenti elettronici e “resistere alla tentazione” di usare una chitarra, un basso, un rullante o dei piatti… vietato anche solo pensarci! La seconda, e più importante, è: deve essere tutto suonato. Dobbiamo provare a suonare davvero l’elettronica e vedere se ne siamo capaci (poi ci sarebbe una terza regola di cui parleremo dopo). 

Noi amiamo il clubbing, ma la sua staticità ci annoia. Partecipare al rito collettivo di ballare guardando una persona che riproduce set preconfezionati premendo play e sync davanti a uno schermo retroilluminato ci ha stufato. Perché manca quella scarica di adrenalina live del rock e del punk (qualsiasi cosa questi due termini vogliano dire).

Dopo un po’ di tempo passato a giocare ci siamo resi conto di essere capaci a suonare l’elettronica e non solo; ci siamo resi conto anche che potevamo andare a colmare il vuoto che sentivamo nel clubbing: la mancanza di vita sul palco. È stato allora che ci sembrato di avere delle potenzialità per le mani. E solo in qual momento è diventato un progetto e ci siamo messi a lavorare a testa bassa. 

 

Nel disco convivono dance-punk, electro-industrial, art-pop e indietronica. Quanto è stato importante lasciare totale libertà alle contaminazioni sonore?

È stato fondamentale. Eccola, la terza regola che ci siamo dati all’inizio del gioco: produrre solo quello che ci piace indipendentemente dalle tendenze della scena musicale e dalla “vendibilità” del progetto. Non abbiamo mai pensato di strutturare un progetto incasellabile in una categoria, abbiamo preso ispirazione da cosa ci piaceva per fare qualcosa che ci piacesse. E basta.

Quello che è venuto fuori può forse sembrare un mix piuttosto assurdo ma noi crediamo che non sia così. 

Dentro si possono sentire i Kraftwerk (decisamente fra le nostre principali ispirazioni, insieme ai Prodigy) per gli arrangiamenti; influenze lontane fra loro ma sono i fari che non abbiamo mai perso di vista nell’approccio all’elettronica. Nei brani di JaydeeQ e nei singoli che ne hanno anticipato l’uscita è al contempo forte la parte melodica; per questa parte del nostro lavoro il Bowie berlinese è stato sicuramente la principale ispirazione, anche se non l’unica (tra gli altri vorrei citare qua Morrisey e Albarn e fermarmi qui sennò rischio di diventare noioso). Ma nel nostro lavoro ci sono anche influenze che vengono da più lontano. Soprattutto in alcuni pezzi abbiamo cercato di utilizzare la voce come un “sintetizzatore aggiunto”, pesantemente distorta, saturata e fusa con le appunto con frequenze dei synth, e per farlo ci siamo ispirati alla musica concreta di Berio.

 

Avete raccontato di aver lavorato anche attraverso improvvisazioni e assemblaggi spontanei. Quanto conta l’istinto nel vostro processo creativo?

Conta moltissimo. Non abbiamo utilizzato un solo approccio al processo creativo, abbiamo usato modalità compositive differenti e spesso i confini fra di esse non sono così netti. Alcuni pezzi, per esempio, sono stati scritti in solitaria, ma sono poche eccezioni. La maggior parte del lavoro è nato dall’improvvisazione in interplay. Andiamo in studio, colleghiamo gli strumenti al mixer, avviamo la registrazione e cominciamo a suonare. Di solito quando iniziamo abbiamo poche idee e confuse, giusto un mood, un beat e una tonalità. Io comincio a suonare il beat in loop e Jacopo e Sal improvvisano sui sintetizzatori; quando comincia a esserci qualcosa di concreto io adatto il beat e così via. Dopo una decina di minuti interrompiamo la registrazione e ascoltiamo. Questa è la fase decisiva perché la registrazione per lo più è un casino ma dentro spesso ci sono degli embrioni di buone idee: il gioco sta nel trovarle. Ascoltare attentamente e intuire qual è quel pezzetto di riff o di linea vocale o di groove di basso che ha potenzialità e può essere sviluppato. 

 

La voce nel disco viene spesso trattata come uno strumento sintetico. Cosa vi affascina di questo approccio?

Come accennavo prima ci teniamo a non eliminare la melodia dal nostro lavoro, anzi vogliamo darle molto risalto. La domanda che ci siamo posti all’inizio della produzione è stata: in un mondo (l’elettronica appunto) in cui la voce spesso non è usata o sono usati vocalist, come inseriamo un cantato melodico senza cadere nell’effetto disco commerciale anni 90? Non che ci faccia schifo eh, solo volevamo qualcos’altro. 

Abbiamo quindi cominciato a provare soluzioni per sintetizzare la voce e metterla “dentro il mix” trattandola come uno strumento aggiunto ma senza usare vocoder. L’effetto ci è piaciuto e l’abbiamo usato, in gradi diversi, praticamente in tutti i pezzi di JaydeeQ. La cosa che troviamo affascinante è che la voce abbia frequenze molto complesse e uniche non sostituibili da una macchina (soprattutto quella di Jacopo che ha un’ampia estensione soprattutto verso l’alto), ma che filtrate da una macchina possono dare un grande impatto sonoro.

 

L’album alterna momenti molto aggressivi ad altri più malinconici e introspettivi. Quanto era importante creare un vero percorso emotivo?

La creazione di un percorso emotivo non è stata pianificata. Abbiamo scritto alcuni pezzi più energici e aggressivi (come giustamente suggerisci) come per esempio Toulouse. Altri invece sono più cupi, malinconici e introspettivi come ONS (spoiler: è un acronimo che sta per One Night Stand, lo si scopre ascoltando il testo). 

È dipeso solo dal nostro stato d’animo al momento della scrittura e dell’arrangiamento: JaydeeQ è lo specchio della somma delle nostre tre emotività del momento in cui il brano è stato scritto. Qualche brano è più scanzonato, altri sono più energici e altri più riflessivi. È semplicemente andata così e noi l’abbiamo accettato. 

Ma poi quando abbiamo avuto tutto in mano tutto il materiale abbiamo deciso di assemblare la tracklist pensando a un percorso: il lato A parte energico con Dream, vira sullo psichedelico con Green Flamingo poi si incattivisce con Moonatic e chiude malinconico e alienato con Alien Song. Il lato B sembra ripartire da dove era finito il lato A: ONS è un pezzo cupo ma più arrabbiato e che prepara l’esplosione di Toulouse e Than Today e chiude con l’introspezione ironica di Talk to your father and lie. 

 

C’è una forte dimensione urbana e notturna dentro “JaydeeQ”. Quanto l’ambiente che vivete influenza il vostro immaginario sonoro?

Sì, assolutamente, soprattutto per quanto riguarda la dimensione notturna. È una nostra inclinazione naturale ma è anche qualcosa che cerchiamo di coltivare ed estremizzare. 

Un aneddoto per farti capire come stiamo lavorando: abbiamo deciso di girare il video di The Flak, il secondo singolo che ha anticipato l’uscita dell’album e che non è presente nell’album ma ascoltabile in streaming su tutte le piattaforme digitali, tutto in una intera notte, montaggio incluso. L’abbiamo girato alla Bucaniera, il nostro “quartier generale” che invece non è affatto in un contesto urbano, è sulle montagne in provincia di Cuneo in una piccola frazione abitata da meno di 10 abitanti. Inizio lavori alle 22,00 fine lavori alle 06,00 del mattino. L’idea nasce da una doppia esigenza: da un lato costruire una “gabbia” di limiti entro cui muoversi per forzarsi a cavar fuori il meglio possibile da ogni piccolo elemento a disposizione, e la seconda portare il corpo al limite per rendere meglio in video la fatica, l’ansia di non farcela, la tensione attraverso i volti segnati, i movimenti diventati complicati

 

Oggi molta elettronica sembra puntare più sulla perfezione tecnica che sull’impatto emotivo. Vi sentite in contrasto con questa tendenza?

Se non in contrasto sicuramente non in linea. Pensiamo di essere degli animali un po’ strani nella savana dell’elettronica, forse perché veniamo tutti da esperienze diverse, dalla musica più “tradizionale” (qualunque cosa voglia dire questo termine). Produciamo elettronica ma vogliamo comunque scrivere delle canzoni: curiamo molto la melodia e il testo, pensiamo ad arrangiamenti che aiutino l’ascoltatore a inserirsi nell’emotività del pezzo o (al contrario) che siano all’estremo opposto, per spiazzare l’ascoltatore e creare un senso di straniamento che è comunque una reazione emotiva, e anche piuttosto forte.

 

Dopo un esordio così identitario, dove immaginate possa evolversi il progetto JaydeeQ?

In verità stiamo già lavorando su nuovo materiale. Le tre regole del gioco per la prossima produzione sono le stesse ma stavolta stiamo cercando estremizzare il lavoro sui contrasti emotivi e il senso di straniamento. È ancora tutto ancora in divenire ovviamente, siamo agli inizi. Ma nel prossimo futuro speriamo di uscire con qualcosa che sia capace di far stare davvero male l’ascoltatore