“All Things Bright”, il primo album solista del bluesman Andy Carrieri (che avevamo già avuto modo di intervistare qui), pubblicato il mese scorso da Bloos Records, ha il sapore particolare delle cose che arrivano dopo un lungo viaggio, quando non c’è più bisogno di dimostrare nulla e resta soltanto la voglia di raccontare. Questo disco conferma infatti l’immagine di un musicista che continua a considerare il blues non come un genere da custodire gelosamente ma come un organismo vivo, irrequieto, capace ancora di cambiare forma.
Dentro queste canzoni si sentono strade polverose, locali fumosi, notti passate ad ascoltare vecchi dischi fino a consumarli. Ma non c’è alcuna patina vintage. Carrieri prende in prestito voci, frammenti, intuizioni provenienti da un secolo di musica americana e li rimette in circolo senza deferenza accademica. I grandi nomi che attraversano il disco – da Lightnin’ Hopkins a Big Bill Broonzy, passando per Muddy Waters e John Lee Hooker – non compaiono come monumenti da omaggiare, ma come compagni di strada con cui continuare una conversazione.
La sensazione è quella di ascoltare qualcuno che ha imparato le regole talmente bene da potersi permettere di dimenticarle. Le interpretazioni si muovono libere, respirano, si prendono il loro tempo. Le chitarre non cercano l’effetto, cercano il racconto. E proprio in questa apparente naturalezza emerge tutta la profondità di un musicista che ha attraversato quasi quarant’anni di concerti, incontri e avventure musicali.
“All Things Bright” guarda avanti con la serenità di chi sa che il blues non è un repertorio immobile ma una lingua che continua a trasformarsi ogni volta che passa attraverso una voce diversa. Quella di Andy Carrieri, oggi, suona ruvida, accogliente e sorprendentemente attuale. Come una storia raccontata attorno a un tavolo a tarda notte, quando nessuno ha più fretta di andare via.


