Da una parte i deserti blues. Dall’altra le aperture melodiche di un cantautore folk che cerca anche tanto la via nelle soluzioni corali. E se a proposito di aperture cito “Fiat 127”, dall’altra “Mastino” dimostra quanta aridità bollente c’è dentro le chitarre elettriche… e non è un caso che ritroviamo la feat. di Alessandro Alosi visto che il Pan Del Diavolo è li a due passi in quanto a stile… secondo disco per il “collettivo” Scemodiguerra, progetto folk rock e – oserei dire anche spiritual – creato da Luca Peverelli e Elia Mazzoletti. Si intitola “Martian VooDoo” e io vi consiglio di fermarlo, fosse solo per un viaggio da fare assieme in autostrada… senza invitare la morte, sia chiaro. E questa citazione la capirete, ascolto facendo…
Il condimento prevede due ingredienti che tornano spesso: quel blues dai modi acidi e il quel pop “favolistico” dalle tinte world… vero?
Il Folk e il Blues sono i generi da cui siamo nati prima di tutto come ascoltatori, per cui tornano sempre all’interno della nostra ricetta. La contaminazione con le tinte più contemporanee viene invece dalla nostra necessità di collocare la tradizione nel presente: provare a fare un disco che parte da stilemi ben consolidati e provare a incastonarlo nel nostro quotidiano. Stiamo indubbiamente parlando di due anime molto diverse, forse non propriamente fatte per stare insieme, ma d’altro canto che gusto c’è nell’esplorare senza il minimo rischio di fallimento?
E infatti non mi stupisce trovare Alosi tra le featuring… quel suono del Pan Del Diavolo penso sia anche un riferimento o sbaglio?
I dischi del Pan del Diavolo sono stati molto importanti per noi. La loro formazione minimale e quel trasporto emotivo sono tutt’oggi di grande ispirazione nel nostro lavoro. In tempi non sospetti sono riusciti a fare quello di cui parlavo prima: utilizzare una struttura abusata per tradurla in un folk che diventa fresco e a modo suo originale, perdendo completamente quel sentore di naftalina che è sempre dietro l’angolo quando qualcuno si confronta con il genere. Inoltre Alessandro è stato un ottimo compagno di avventura non solo in studio ma anche sul palco invitandoci ad aprire un suo concerto all’Arci Bellezza di Milano e aiutandoci così a uscire dal guscio della nostra cara Valtellina.
Perché questo titolo? A cosa dobbiamo riferirci?
“Martian Voodoo” unisce due concetti di intendere il viaggio alla ricerca della verità. La componente “Martian” rappresenta l’ossessionata ricerca della logica, il frainteso bisogno di partire per comprendere meglio il mondo e il tentativo di incastrare dentro schemi forzatamente razionali la nostra vita e ogni avvenimento che la scandisce. Il “Voodoo”, invece, è un invito alla riscoperta della tradizione, del vivere le proprie sensazioni in maniera più naturale senza impazzire dietro messaggi o concetti astrusi che siamo convinti ci siano sfuggiti. Il disco, tra le altre cose, parla di questo: della convivenza complicata che testa e cuore stanno vivendo in questa epoca.
E perché questa immagine di copertina? Altro elemento che torna è lo spazio… o no?
La copertina è al femminile, altra tematica preponderante del disco, qualcuno osserva il cielo di fronte a sé in una posizione che quasi sembra di preghiera. Lo spazio, buio e immenso, si staglia enorme sull’essere umano come un enorme libro spalancato pieno di rotte, viaggi e racconti. L’illustrazione è stata dipinta da Chiara Milano e, come sempre nei nostri progetti, non raffigura gli autori che si celano dietro alle canzoni. Il motivo di questa scelta è presto detto: il nostro intento principale è quello di portare in scena diversi personaggi con le loro storie, i protagonisti del disco devono essere loro e nessun altro. Non ritengo che le nostre immagini o le nostre vite private siano interessanti o particolarmente belle da vedere, al contrario invece spero sempre che i racconti che si susseguono all’interno del disco possano essere di interesse comune.
Un video dentro tanto suono visionario? Me lo sarei aspettato…
Abbiamo preferito affidare alle parole, ai suoni, e quindi all’immaginazione di chi ascolta, la componente immaginifica del disco. La sfocatura dei testi e alcune soluzioni più anarchiche avrebbero solo perso mordente se tradotte in immagini definite e uguali per tutti. La dimensione del sogno ha tratti personali e inimitabili per ciascuno di noi. Un video con la band che suona? Non credo avrebbe aggiunto molto al pentolone, al limite sarebbe servito un approccio più cinematografico ma in questo caso stiamo parlando di mezzi e costi che sono ben fuori dalla portata di una band casalinga alla sua prima esperienza in studio. Chissà, magari il prossimo progetto ci vedrà alle prese con qualcosa del genere, in quel caso non vediamo l’ora!


