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Per Andy Carrieri il blues è un linguaggio vivo, mutevole, umano. Lo dimostra l’album “All Things Bright”, uscito di recente per Bloos Records, e che arriva dopo decenni di concerti, viaggi e chilometri macinati tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma soprattutto dopo una lunga immersione dentro una musica che Carrieri non ha mai trattato come semplice repertorio. 

In questo disco c’è il Delta, c’è Chicago, ci sono le ombre di Lightnin’ Hopkins e Big Bill Broonzy, ma c’è anche il silenzio di chi ha imparato a togliere invece che aggiungere. 

Ne abbiamo parlato con lui:

 

In “All Things Bright” sembra esserci una ricerca della verità e dell’autenticità più che della perfezione. In che modo si porta avanti questa ricerca in fase di registrazione?

Non credo che possa esistere un concetto di perfezione quando si creano canzoni di questo tipo. C’è molta interpretazione e personalizzazione per cui registrandole ho cercato di essere più autentico e non un imitatore. Non si dice che è meglio rubare che copiare?

 

Hai passato anni a suonare all’interno di contesti di gruppo, in particolare con due band: i Jack Daniel’s Lovers e i Dirty Hands. Cosa ti ha spinto, oggi, verso la dimensione più essenziale di un percorso solista chitarra e voce?

Dopo tanti anni di convivenze era giunto il momento di uscire allo scoperto e l’ho voluto fare nel modo più semplice che conoscevo. Da solo con la chitarra. Che poi, tra me e le chitarre, eravamo in tanti.

 

Hai attraversato epoche molto diverse della musica live. Cosa si è perso e cosa si è guadagnato rispetto agli anni ’80 e ’90?

Ogni epoca ha i suoi pregi e difetti, con gli anni si imparano molte cose, la vita stessa è fatta di fasi e si acquisiscono esperienze. Sicuramente gli anni 80 e 90 sono stati molto prolifici per i generi che amiamo noi. C’era anche più voglia ascoltare band dal vivo.

 

Nel tuo nuovo album hai reinterpretato autori come Big Bill Broonzy, John Lee Hooker, Muddy Waters e Lightnin’ Hopkins. Cosa cerchi in un brano prima di decidere di “farlo tuo”? E come si fa a evitare che l’omaggio verso la tradizione diventi un puro esercizio stilistico?

Ogniuno ha un suo metodo, il mio è rubare idee e trasformarle, delle volte eseguo cover mescolando gli stili. Un vecchio sistema che ho imparato negli Stati Uniti. Facendo così, in realtà ci si appropria della canzone e la si trasforma. Per la scelta del brano, cerco di immaginare la resa che potrebbe avere se lo dovessi eseguire io dal vivo.

 

Quanto hanno contato i tuoi viaggi nel Sud degli Stati Uniti nel costruire il tuo modo di stare dentro il blues? C’è qualche aneddoto significativo che hai voglia di condividere con noi?

Di aneddoti ne avrei a bizzeffe. A New Orleans mi scambiavano spesso per un Cajun, avevo i capelli lunghi ed ero anche un po’ abbronzato e una volta una ragazza si rivolse a me in francese ma io non capivo cosa volesse dire ma poi, quando ha capito che non ero mezzosangue nativo-francese, si è disinteressata a me. Vai te a capire.

 

Pensi che il blues abbia ancora qualcosa da dire alle nuove generazioni oppure rischia di diventare musica per specialisti?

Penso che se è arrivato fin qui dal 1910 non è di certo un genere morto, l’importante è tenerlo vivo rinnovandolo continuamente. Le nuove generazioni potrebbero essere interessate se lo sentissero meno scontato. Delle volte basta eseguire un vecchio blues come lo si faceva prima che inventassero le chitarre elettriche e magicamente qualche giovane si incuriosisce. Anche perchè nessuno sa veramente cosa suonassero dal vivo i musicisti nei juke joint negli anni ‘20 e ‘30. Ci sono arrivate solo le registrazioni in studio. I produttori bianchi investivano in canzoni blues perché era un mercato fiorente ma un personaggio come R. Johnson, ad esempio, sapeva suonare di tutto. Per quello Son House mise in giro la voce che aveva fatto un patto col diavolo. In realtà aveva imparato a suonare tantissime canzoni che poteva eseguire davanti ad un pubblico sempre diverso.

 

Se dovessi descrivere “All Things Bright” a qualcuno che non ascolta blues, da dove partiresti?

Gli direi che non è un vero disco di blues classico ma una mia interpretazione di quello che ho imparato a fare negli anni e che sto suonando in questo periodo. Il prossimo sarà diverso.