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Esistono dischi che sembrano continuare a mutare anche anni dopo la loro pubblicazione, come se il tempo non li sedimentasse ma li costringesse a riaprirsi continuamente. Nel caso di Luigi Porto, Tell Uric appartiene a questa categoria: un lavoro che non si è mai davvero chiuso e che continua a produrre immagini, deviazioni e riletture. “Sketchy Building”, uno dei brani più emblematici dell’album pubblicato nel 2021 da Respirano Records e La Lumaca Dischi, torna ora in una nuova versione accompagnata da un videoclip girato nel Bronx dal fotografo Robert Presutti, autore abituato a lavorare sulla materia umana delle città, sui volti e sulle tracce lasciate dal tempo negli spazi urbani.

La nuova incarnazione del brano non si limita però a un semplice recupero estetico. “Sketchy Building (2026 mix)” rappresenta piuttosto un completamento, una forma finalmente aderente all’idea originaria immaginata da Porto durante gli anni della lavorazione del disco. Il pezzo conserva la sua tensione nervosa e quel minimalismo oscuro che attraversa gran parte della poetica dell’autore, ma acquista oggi una profondità ulteriore: i vuoti, gli inceppi ritmici, le scariche improvvise e le aperture strumentali sembrano trasformarsi in elementi narrativi, frammenti di memoria che emergono da un paesaggio sonoro instabile.

Da sempre Porto lavora sul confine tra canzone, sperimentazione e racconto urbano. Nei suoi lavori convivono l’approccio lo-fi delle origini, la ricerca timbrica, il post-punk, l’elettronica imperfetta e una scrittura che parte quasi sempre da luoghi reali per poi deformarli in una dimensione sospesa, dove il quotidiano si carica di tensioni simboliche. In Tell Uric questo processo si lega esplicitamente ai quartieri popolari di New York e alle loro comunità, lontano da qualsiasi mitologia turistica della città. Il “palazzo sospetto” evocato in “Sketchy Building” diventa così insieme spazio concreto e metafora, archivio di esistenze, memorie e presenze.

Come nasce la volontà di ridare vita con un video a “Sketchy Building”?

Il video di Sketchy Building è stato nel mio cervello per anni, poi dopo aver lavorato con Robert Presutti per una serie di video dei Manicburg, ed avendo conosciuto il suo stile ritrattistico, ho pensato che quello era il momento, e gli ho dato piu’ o meno carta bianca. Robert è un fotografo vecchia scuola, autore di diverse storie per il NY Times, uno che lavora con mezzi completamente “organici”.

In che modo i frammenti narrativi di “Sketchy Building” si collegano al resto del materiale di Tell Uric?

Sono degli appunti (sketch è la parola inglese per schizzo, appunto, ma sketchy significa sia “approssimativo” che “sospetto” o “insicuro”), delle immagini che si susseguono veloci, che raccontano parti della mia vita lì ma hanno anche un ruolo piu’ complesso. Tell Uric era dedicato al quartiere dove vivevo e alle classi lavoratrici di New York, che sono di gran lunga la parte piu’ interessante e autentica della città, al netto di facili romanticismi e banalità.

La tua scrittura tende spesso al margine: è una scelta estetica o una necessità espressiva?

Dipende cosa intendi per margine, ma in generale credo di cercare di lavorare ai limiti, è il concetto di limite che mi interessa. La scelta estetica e la necessità espressiva sono la stessa cosa. Non posso fare le cose in maniera differente da come vengono. Se le pubblico, sono quello che immaginavo. Se negli anni cambia qualcosa e sento che non è stato detto tutto, ci rimetto mano, come è successo con Gabor e Sketchy Building.

Quanto conta il luogo reale nella costruzione dei tuoi testi?

Si parte sempre dal luogo reale. Anche quando ho un pensiero magico – che ogni tanto abbiamo tutti – lo organizzo come realismo magico. Mi interessa il trascendente intrinseco nel reale, l’infinito nella materia. I testi di Tell Uric parlano tutti di fatti reali, ma sono dispersi dentro una nube poco scrutabile.

Le figure marginali del brano sono osservate o interiorizzate?

Non sono figure marginali, sono figure reali e complesse, che nel video di Robert sono interpretate da persone di Riverdale, Bronx, dove vivo ora (quasi tutti frequentatori del pub vicino casa mia). Sono figure-archetipi a cui rendo omaggio, perché hanno fatto parte della mia vita per diversi anni.

Esiste un filo comune tra i tuoi lavori più recenti e le prime produzioni lo-fi?

Non credo di essere mai passato a nessuna forma di hi-fi. Appleyard College è ancora un luogo importante della mia mente e sono sempre felice quando incontro qualcuno che se lo ricorda – mi è capitato qualche volta di conoscere una persona e poi, parlando, scopro che ha quel disco nella sua collezione. Erano altri tempi, si era sempre di nicchia ma era piu’ facile far girare i materiali, un pugno di ascoltatori ma giusti, intensi. Oggi pubblicando qualcosa che suona come Look at Me nel migliore dei casi verrebbe rigettato dai robottoni che ci dicono cosa fare (o rimosso, mi è successo con Scimmie, che non è piu’ su Meta perché secondo loro è “contenuto non musicale”, lo prendo come una medaglia), nel peggiore dei casi semplicemente ignorato perché pensato per un tipo di ascolto diverso da quello in uso in questo momento storico.

Come definiresti oggi il tuo rapporto con la forma canzone?

E’ sempre stata una relazione tossica, sono attratto e respinto dalla canzone. La ricerco nella sua essenza piu’ pura, mettere pochi accordi insieme in modo che abbiano un’identità forte, e trovare una melodia che si avvicini il piu’ possibile al mio autore preferito, che si chiama Anonimo. A volte però devo inserirla in un contesto magmatico, come se scorresse in un fiume di suoni, o si imbattesse in inciampi sonori.