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Con “R.I.C.O.” Rico Mendossa non firma soltanto un ritorno musicale, ma racconta una vera rinascita personale. Dopo un periodo di distacco dalla scena, l’artista torna con una visione più consapevole, spirituale e distante dalle logiche dell’ego e della ricerca continua di approvazione.

Tra rap, crescita personale e il progetto “Street Mindset”, Rico oggi vede la musica come uno strumento di trasformazione reale, capace di andare oltre il semplice intrattenimento.

Ne abbiamo parlato con lui.

In “R.I.C.O.” dici “non ho avuto paura di sparire”: quanto è stato difficile allontanarti da tutto per ritrovare davvero te stesso?

«È stato complicatissimo lasciare una zona di comfort come la mia città, dove avevo continuamente ogni tipo di privilegio: approvazione, supporto, riconoscimento della gente, comodità.

Ricominciare alla mia età, in un posto dove non ti conosce nessuno e dove devi imparare una nuova lingua, rimettendoti completamente in discussione sia personalmente che lavorativamente, non è stato semplice.

Lanciarsi nell’ignoto fa sempre paura, porta instabilità e dubbi. Però senza quel tipo di scelta difficilmente riesci a capire davvero chi sei.

Spesso gli artisti finiscono per identificarsi totalmente nel personaggio e nel consenso. Anch’io vivevo così.

Il distacco invece mi ha aiutato a vedere tutto da un’altra prospettiva. Ti accorgi che non sei solo ciò che fai. A volte allontanarsi da tutto è l’unico modo per vedere davvero le cose in maniera lucida.»

Nel tuo percorso sei passato dalla strada, ai grandi feat, fino al mental coaching e a “Street Mindset”: quanto è cambiato oggi il tuo modo di vivere il rap?

«È cambiato completamente. Prima il rap era soprattutto uno sfogo, un modo per sentirmi qualcuno. Ero molto pieno di ego.

Attraverso il coaching e tutto il lavoro fatto su me stesso ho acquisito strumenti che mi hanno aiutato a gestire meglio le emozioni e superare molti blocchi interiori.

Oggi per me il rap è un lavoro a 360 gradi: non solo da artista, ma anche come coach, manager e project manager.

Non ho più bisogno di stare continuamente al centro.

Oggi vedo il rap come un percorso formativo e voglio trasmettere questa visione anche ai più giovani: far capire che la musica può essere uno strumento di crescita reale, non solo ricerca di approvazione.»

Questo nuovo inizio sembra molto più spirituale e consapevole: Rico Mendossa oggi combatte ancora con il proprio ego o ha imparato a trasformarlo?

«Oggi il mio percorso è assolutamente più spirituale, prima di tutto come persona.

Senza una certa disciplina non sarei riuscito a rialzarmi. Mi sarei perso completamente negli eccessi e nei vuoti interiori.

Ho imparato a conoscere molto meglio il mio ego. Dopo tanti anni passati a seguirlo, controllarlo del tutto forse è impossibile, ma riconoscerlo e avere strumenti per gestirlo cambia tantissimo.

Quando inizi a lavorare interiormente vivi continue ricadute, ma se ogni volta ricominci senza giudicarti inizi lentamente a vedere emergere il tuo vero scopo.

E quando trovi qualcosa che senti davvero tuo, tutto diventa più chiaro. Spesso la chiarezza è salvezza.»

“R.I.C.O.” non sembra solo un ritorno musicale, ma quasi una rinascita personale: qual è la cosa più importante che hai capito durante il periodo in cui sei “sparito”?

«Ho capito che non siamo ciò che facciamo e nemmeno ciò che otteniamo.

Molte persone ti stanno vicino per il personaggio che interpreti, non sempre per ciò che sei davvero.

Ho capito anche che scegliendo sempre la strada più facile difficilmente arriverai a una felicità reale. La zona di comfort spesso è solo un anestetico.

Passiamo la vita a rincorrere obiettivi costruiti da altri senza fermarci davvero ad ascoltare noi stessi.

Ma la cosa più importante che ho imparato è che ogni periodo di difficoltà porta con sé un messaggio preciso.

Bisogna chiedersi: “Cosa vuole insegnarmi questo momento?”.

Quando trovi davvero quella risposta, tutto diventa più semplice da affrontare.»