In un panorama musicale sempre più dominato dalla velocità, Virginia From J sceglie di rallentare e di lasciarsi attraversare dalle cose.
“Nella corrente”, il suo primo EP uscito il 24 aprile, non nasce come un progetto pensato a tavolino, ma prende forma nel tempo, seguendo un flusso spontaneo fatto di urgenze creative, cambiamenti e ricerca personale. L’immagine della corrente diventa quindi il filo conduttore di un percorso emotivo che riflette il movimento continuo della vita.
In questa intervista abbiamo provato a entrare proprio lì, nel flusso da cui nascono le sue canzoni, tra sincerità, empatia e il bisogno di connessione che trova la sua espressione più naturale nella dimensione live.
Il titolo “Nella corrente” suggerisce un movimento continuo. Che cosa rappresenta per te questa immagine?
“Nella corrente” è il flusso delle cose in cui siamo immersi. La vita non è mai ferma, anche quando abbiamo l’illusione di esserlo. Come nei fiumi, nei mari o negli oceani, le correnti possono essere a favore o contrarie, calde o fredde, forti o delicate… ci siamo dentro e impariamo a cavarcela (forse). Nella canzone è in connessione con “emergenza” della frase dopo.
Hai mai fatto rafting? Durante un’esperienza di questo tipo ho provato proprio la sensazione di essere trascinata e l’urgenza di reagire nell’immediato.
I tre brani di questo EP sono stati pensati fin da subito come un insieme oppure questa comunione è qualcosa che è arrivato dopo?
No, non sono stati pensati inizialmente come insieme. Sono brani che ho scritto quando ancora non sapevo che avrei avviato un progetto solista. Scrivevo canzoni senza una vera progettualità: facevo parte di una band, ma le cose erano diventate “stantie”, mentre la mia necessità di scrivere no. I brani però non erano adatti al genere, quindi li ho tenuti per me e ho cominciato a suonarli in altri contesti: durante serate in cui cantavo cover, quando la situazione lo permetteva, inserivo qualche mio pezzo; in alcuni open mic; durante i laboratori di musicoterapia… alcune mie canzoni sono diventate conosciute dalle persone che li frequentano. Col tempo, è cresciuta la voglia di realizzare un progetto e, una volta terminato quello con la band a cui faccio riferimento sopra, mi sono buttata.
Quanto è importante per te lasciare spazio all’interpretazione di chi ascolta?
Ovviamente io ho la mia verità, il soggetto da cui è scaturita l’ispirazione, ma mi piace che le mie canzoni vengano riempite con l’esperienza di chi ascolta. È il potere della poesia, della parola quando non è didascalica (anche se, in realtà, uno spazio di interpretazione personale c’è sempre, perfino nelle descrizioni più forbite). Rende condivisibile l’esperienza personale, la arricchisce e crea empatia. Per me “empatia” rimane una parola bellissima.
Come artista ti senti più vicina alla dimensione live o a quella in studio?
Sono due ambienti diversi e possono essere esperienze emotive forti in modi differenti. Penso però di essere più vicina alla dimensione live, proprio per l’interplay che nasce quando si stabilisce una connessione con chi ascolta: mi appartiene di più.
C’è qualcosa che hai scelto consapevolmente di non dire in questa raccolta?
Direi di no: nei brani ho cercato di essere sincera. Se qualcosa non è espresso, non è stata una scelta consapevole.




