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Un disco che parte da una domanda semplice ma scomoda: cosa significa davvero la fine?

Con “Vacanze di Massa del Genere Umano”, Giargo costruisce un racconto che oscilla tra ironia e visione, tra apocalisse e possibilità di ricominciare. Un progetto che mette al centro l’essere umano, le sue contraddizioni e il bisogno di dare un senso al presente.

Ne abbiamo parlato con lui.


Il titolo “Vacanze di Massa del Genere Umano” sembra quasi ironico: stiamo davvero andando verso la fine o è solo un modo per raccontare chi siamo oggi?

Credo che il disco si interroghi tendenzialmente su quello che è il senso della fine, e il senso della fine è un modo per raccontare chi siamo oggi. Tutto quello che riguarda l’immaginazione di un futuro possibile si riferisce da un lato all’aspettativa (o desiderio) e dall’altro alla paura, ed entrambe sono emozioni che si vivono nel momento stesso in cui le si prova. Le emozioni sono presenti, e riguardano quello che siamo oggi. E comunque tutto questo nella sua stranezza fa un po’ ridere, e andare in vacanza è forse l’unica soluzione per non pensarci per un po’.


Ogni brano è come un personaggio: qual è quello che ti assomiglia di più e quello che invece ti mette più a disagio?

Il brano o personaggio che mi assomiglia di più è Atmosfera: un pezzo d’amore e svogliatezza. Nel ritornello scrivo che non ho voglia di fare un patto con la luna o con me stasera, ed entrambi gli elementi, la luna ed io, siamo al contempo molto lontani e molto vicini da questa camera in disordine, ancora piena di alcolici vuoti e di parole e di pensieri. È un pezzo sulla libertà e sulla diffidenza rispetto allo scendere a compromessi: le relazioni si portano sempre dietro una grossa dose di compromessi, e io che oggi sono stanco preferisco lasciar andare.

Il brano che mi mette più a disagio è invece Diavolo in pelliccia: è un pezzo sulla tentazione, e come ogni essere umano fatico molto a capire quando cedere possa avere senso e quando invece sia una caduta.


Parli di apocalisse che diventa rinascimento: cosa dobbiamo perdere per poter davvero ricominciare?

Credo che l’unico modo possibile per rinascere sia la graduale perdita dell’abitudine. Siamo abituati a vivere e osservare le cose sempre nello stesso modo, caricandole degli stessi significati. Per ricominciare c’è bisogno di cancellare, creare un terreno neutro, tornare a essere creature inconsapevoli capaci di sorprendersi.

Più che di apocalisse mi piace immaginare quello che viene dopo: quando sono andati via tutti, ritornano il silenzio e una certa serenità.


In un mondo senza istruzioni, come il nostro, pensi che l’essere umano sia ancora la soluzione… o il problema principale?

Credo che problema e soluzione facciano parte dello stesso meccanismo. Se è l’uomo ad aver generato questo mondo così pieno di istruzioni da risultare vuoto, mi piace pensare che sarà lo stesso meccanismo a risolverlo.

Forse bisogna smontare ciò che è superfluo, ridurre la complessità e tornare a qualcosa di più essenziale.