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Ci sono ferite che solo la musica può curare e silenzi che solo una penna ispirata sa riempire. Per SGVMO, la scrittura non è mai stata un semplice passatempo, ma una valvola di sfogo essenziale per dare ordine al caos dei conflitti interiori. Con quindici anni di esperienza alle spalle, fatti di traguardi raggiunti e cadute dolorose, l’artista torna sulla scena con una maturità nuova e una consapevolezza d’acciaio: quella di chi ha smesso di essere spettatore del proprio dolore per diventarne il padrone.

 

Al centro di questa rinascita c’è “Nelle mie mani”, un brano che funge da manifesto per una generazione smarrita, trasformando la fragilità in una carica esplosiva. In questa intervista, SGVMO ci porta dietro le quinte del suo mondo: dalle atmosfere notturne che ispirano i suoi testi alla simbologia di una cover che guarda al mondo con sfida, fino alla promessa di una produzione incessante di nuovi singoli carichi di coerenza e verità.

 

Ci racconti com’è nato il tuo amore per la musica e come la scrittura è diventata il tuo strumento per affrontare inquietudini e conflitti interiori?

L’amore ed il trasporto per la musica esistono in me da sempre, scrivevo già da molto piccolo per esprimermi, è sempre stata la mia valvola di sfogo. Crescendo, chiaramente cambia il modo di vedere tutto, aumentano i pensieri negativi ed i conflitti interiori, ma la musica riusciva a dare una dimensione ed un senso a quel dolore.

 

Qual è stato, in questi quindici anni di attività, il momento più gratificante o importante per la tua crescita come artista?

Ci sono stati tanti momenti in cui mi sono sentito orgoglioso del mio operato, da alcuni contratti firmati, ad apprezzamenti di artisti noti, fino ad aperture di live importanti. La parte negativa è che poi, se non si sfonda quando le cose sembrano andare bene, si cade. E rialzarsi spesso è difficile e doloroso, ma ci si prova sempre.

 

In “Nelle mie mani” racconti il passaggio da spettatore a protagonista della propria vita. Vuoi spiegare meglio ai lettori cosa significa per te che “il proprio posto nel mondo va costruito”?

Il dolore che prova la mia generazione è significativo ed opprimente. Il senso di smarrimento che proviamo, molte volte è soffocante e non sembra esserci una via di fuga. Troppo spesso anneghiamo nel dolore, senza renderci conto della forza che c’è in ognuno di noi. Nello scrivere questo brano, ho sentito il bisogno di cambiare prospettiva, passando dall’essere drammaticamente sommerso dai problemi, a volerli risolvere con tutte le mie forze. Voglio che sia un messaggio di speranza, di consapevolezza. Tutto questo ha una via d’uscita, ma dipende da noi, dal sacrificio, dal lavoro, dalla pazienza. Sta tutto nelle nostre mani.

 

L’immaginario visivo del singolo sembra richiamare le atmosfere notturne del brano. Com’è nata l’idea della cover e quanto conta per te l’aspetto estetico che accompagna la musica?

Beh, sicuramente ha il suo peso. L’impatto visivo gioca la sua parte, anche se il vero contenuto è nel brano. La cover riprende me di schiena affacciato sul mondo, rappresentando proprio il concept della canzone, che indica il volersi prendere tutto. Che sia scura non è un caso, la notte rappresenta i pensieri più profondi, il buio il dolore, ma la luce dà speranza.

 

Nel brano dici che la fragilità può diventare energia. Quanto è importante per te riuscire a trasmettere questa specifica trasformazione emotiva al tuo pubblico?

Molto, troppo importante. L’energia non è solo correre e saltare, ma sono la comunicazione, le vibrazioni, il filo che unisce tutti. La musica ha uno strapotere in questo ambito. Le fragilità possono diventare energia, vita, rivincita. L’emozione è alla base del mio progetto artistico, in ogni sua forma.

 

Hai già in programma l’uscita di altri brani o stai lavorando a un concept più esteso che raccolga questa tua nuova prospettiva?

Per il momento sto lavorando ai singoli, ne ho un bel po’ in cantiere che aspettando di essere terminati e distribuiti. Un album al momento non è previsto, ma non escludo che queste tracce possano diventarlo, data la forte coerenza tematica che c’è in ognuna di esse.