Fuori su SoundCloud e YouTube dal 21 febbraio, Dopamina è il nuovo album di Filippo Poderini e arriva come la chiusura naturale di un percorso iniziato esattamente un anno fa con la pubblicazione della title track. Un cerchio che finalmente si chiude: dopo mesi di uscite frammentate — 16 brani, 16 storie, 16 luoghi sospesi tra quotidianità e sogni lucidi — Dopamina smette di essere una costellazione di singoli e si manifesta per ciò che è sempre stato: un’opera unica.
Non una semplice raccolta, ma un’esperienza immersiva di 32 minuti da ascoltare tutta d’un fiato. Un vero concept album sulla ricerca ossessiva del desiderio, di quel neurotrasmettitore che muove le nostre scelte, le nostre cadute e le nostre illusioni. E soprattutto, su ciò che accade mentre lo inseguiamo.
Dopamina è costruito come un’architettura di contrasti. Il sound design gioca con pieni e vuoti, creando spazi magnetici tra sub-frequenze profonde e picchi cristallini, lasciando al centro un vuoto quasi sacro in cui la voce può respirare — o collassare.
Le batterie appaiono scomposte, filtrate, “setacciate”, più vicine all’estetica IDM di Burial che alla forma-canzone tradizionale (emblematici Sete e Sostanze). Gli arpeggiatori e i synth richiamano invece una vaporwave anni ’80 che avvolge tracce come Argilla, trasformandole in paesaggi nostalgici e artificiali.
Il cantato è forse l’elemento più affascinante: la voce non è mai una sola. Si moltiplica, si sdoppia, si contraddice. È un coro di personalità — ironiche, distruttive, sprezzanti — che raccontano la frammentazione dell’io contemporaneo senza cercare di ricomporla.
Conclusione
Dopamina è la storia di ciò che facciamo per sentirci vivi. È un puzzle che, una volta completato, non restituisce un’immagine ordinata, ma qualcosa di rotto, scintillante e sparso. Ed è proprio lì, in quella frattura, che l’album trova la sua verità più potente.


