Guardarsi senza sconti, restare dentro l’errore, accettare la perdita come condizione comune.
Con Ho fatto schifo, Vanbasten firma uno dei suoi lavori più esposti e narrativi, un progetto che unisce musica e scrittura in un unico gesto di consapevolezza. Il brano – che dialoga apertamente con il romanzo omonimo – non cerca redenzione immediata né consolazioni facili, ma sceglie di abitare il punto più scomodo: quello in cui si smette di giustificarsi.
In questa intervista, Vanbasten racconta il peso di una frase che non lascia scampo, il senso di smarrimento come esperienza personale e collettiva, il rapporto profondo tra parola e suono e la paura più grande: non il fallimento, ma l’anestesia emotiva.
“Ho fatto schifo” è una frase che pesa come una confessione: quando l’hai scritta stavi più cercando di perdonarti o di guardarti in faccia senza sconti?
Quando l’ho scritta non stavo cercando né il perdono né una forma di assoluzione. Stavo cercando una frase che non mi lasciasse scampo. “Ho fatto schifo” non è una conclusione, è un punto di partenza scomodo, è il momento in cui smetti di raccontartela bene e ti siedi davanti a quello che sei stato davvero. Il perdono, se arriva, arriva dopo, molto dopo. Prima serve avere il coraggio di restare lì senza scuse.
Nel brano e nel romanzo che lo accompagna c’è una forte idea di perdita, di cose lasciate andare senza accorgersene: quanto questo smarrimento è autobiografico e quanto invece è una fotografia generazionale?
È autobiografico nel stesso modo in cui lo sono le cicatrici: si parcheggiano su un corpo preciso, ma anche gli altri può riconoscerne il dolore. Quello smarrimento nasce da esperienze personali, da errori concreti, da silenzi e rinunce reali, però credo che oggi appartenga a molti. Viviamo in un tempo in cui perdiamo le cose senza rumore, senza grandi drammi, semplicemente perché siamo sempre un passo più avanti di noi stessi. In questo senso non ho cercato di raccontare “me”, ho cercato di raccontare una condizione generale.
Gli speech iniziali tratti dal romanzo danno alla canzone un tono quasi cinematografico: come dialogano per te scrittura e musica dentro questo progetto così narrativo?
Per me scrittura e musica non sono due linguaggi separati, sono due camere della stessa casa. La scrittura mette a fuoco, la musica muove il vento e arricchisce l’incendio. Gli speech non servono a spiegare la canzone, servono a metterla in scena, come l’inizio di un film che ti fa capire che tipo di storia stai per attraversare. Non mi interessa che il brano venga “capito” subito, mi interessa che venga abitato.
Dopo anni di sperimentazione solitaria e autoproduzione, “Ho fatto schifo” sembra un punto di arrivo ma anche di esposizione totale: oggi, cosa ti fa più paura, fallire o non sentire più niente?
Fallire fa parte del gioco, e in qualche modo il fallimento lo riconosci, lo elabori, lo superi e a volte lo abbracci anche. La cosa che mi spaventa davvero è l’anestesia, quel momento in cui continui a produrre, a fare, a dire, ma senza più sentire il peso di quello che stai vivendo. “Ho fatto schifo” nasce proprio da lì, dal bisogno di rimettere il corpo dentro le cose, anche a costo di esporsi troppo.


