Con Sulle scale di Ostuni, Ignazio Deg firma uno dei suoi brani più intimi e cinematografici. Tutto nasce da un’immagine precisa, quasi rubata alla realtà: una donna vestita di rosso, una danza improvvisa, una scena che dura un attimo ma resta addosso a lungo.
Nel dialogo che segue, Ignazio racconta il valore delle immagini reali nella scrittura, il bisogno di lasciare spazio all’immaginazione di chi ascolta, il cambiamento nel modo di raccontare la Puglia e il fascino per le storie sospese, quelle che non accadono mai del tutto ma continuano a vivere dentro.
1. “Sulle scale di Ostuni” nasce da un’immagine molto precisa. Quanto è importante per te partire da una scena reale per costruire una canzone?
Per me è fondamentale partire da un’immagine reale, quasi fotografica.
Una scena vera ti ancora alla terra, ti dà un punto di partenza sincero. Poi da lì la musica fa il resto: l’immagine si deforma, si allarga, diventa simbolo. In Sulle scale di Ostuni quella scena è l’inizio di un viaggio emotivo, non un semplice racconto. È come se la realtà accendesse la miccia e l’immaginazione facesse esplodere tutto il resto.
2. La donna vestita di rosso rimane volutamente misteriosa. È una persona reale, un ricordo o una proiezione emotiva? E quanto conta lasciare spazio all’immaginazione di chi ascolta?
È tutte queste cose insieme.
C’è qualcosa di reale, ma non volevo incastrarla in una definizione precisa. Preferisco che resti sospesa, come certi ricordi che non sai più se hai vissuto davvero o solo sognato. Lasciare spazio all’immaginazione è fondamentale: quando una canzone smette di essere solo mia e diventa anche di chi l’ascolta, allora ha davvero senso esistere.
3. Dopo “Puglia Nuova”, qui il tono è più intimo ma la Puglia resta centrale. Come sta cambiando il tuo modo di raccontare la tua terra attraverso la musica?
Sto passando dal racconto collettivo a quello più personale.
Puglia Nuova era un manifesto, una voce corale. Sulle scale di Ostuni invece è uno sguardo più ravvicinato, quasi sussurrato. La Puglia non è più solo sfondo o identità, diventa emozione, memoria, ferita dolce. È la stessa terra, ma vista da dentro, non più da una piazza piena.
4. Il brano parla di un amore mai davvero vissuto ma impossibile da dimenticare. Ti senti più vicino alle storie che accadono o a quelle che restano sospese?
Mi sento più vicino alle storie sospese.
Quelle che non hanno avuto il tempo di consumarsi, che restano intatte proprio perché incompiute. Sono le più pericolose e le più poetiche, perché continuano a vivere dentro di te. Sulle scale di Ostuni parla proprio di questo: di un amore che non è successo, ma che in qualche modo non ha mai smesso di esistere.


