Il riferimento onirico evocato dal titolo non è un semplice espediente estetico, bensì una vera chiave di lettura del disco. I brani scorrono come frammenti di un sogno che rifiuta il risveglio: le strutture si dilatano, i confini tra inizio e fine si fanno sfumati, e la narrazione procede per accumulo più che per svolte nette. È un terzo atto che non arriva mai alla conclusione, ma continua a ripetersi, trasformandosi.
Dal punto di vista sonoro, il disco riflette un percorso di crescita e contaminazione evidente. Nel tempo, Hesanobody ha collaborato con alcuni dei nomi più interessanti della produzione indipendente – da Emanuele Triglia ai fratelli Fugazza, fino a PLASTICA – ed è come se in questo lavoro avesse assorbito qualcosa da ciascuno di loro. Non in modo mimetico o derivativo, ma metabolizzando suggestioni, approcci e sensibilità diverse per restituirle attraverso un linguaggio ormai personale e riconoscibile.
La produzione si muove tra elettronica rarefatta, alt-pop e una forte impronta cinematica. I beat sono spesso minimali, le melodie essenziali, mentre il lavoro sulle texture e sulle atmosfere ha un ruolo centrale. La voce, trattata come uno strumento emotivo più che narrativo, emerge e si dissolve nel tessuto sonoro, diventando parte del paesaggio piuttosto che il suo centro dominante.
Ciò che colpisce è come, nonostante questo bagaglio di collaborazioni e influenze, Hesanobody riesca a non perdere mai la propria estrema fragilità emotiva. Anzi, in The Neverending Third Act of a Dream questa fragilità sembra farsi contagiosa, attraversando ogni traccia e coinvolgendo l’ascoltatore in modo quasi empatico. I testi restano ellittici, allusivi, più interessati a evocare stati d’animo che a raccontare storie compiute, lasciando spazio a interpretazioni personali.
La scelta di concepire il disco come un flusso continuo, più che come una raccolta di singoli, rafforza ulteriormente questa dimensione. È un album che chiede tempo, ascolto attento, immersione totale. Il rischio di una certa uniformità di tono è presente, soprattutto se si isolano i brani dal contesto, ma è un rischio consapevole, messo al servizio di una visione coerente.


