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“SANTAMANTE” è uno di quei dischi che non entrano in punta di piedi: entrano a muso duro, spingono, scavano, costringono a restare. La band firma un esordio che vive sul bordo delle emozioni, un lavoro discografico che vuole risultare vero, e nella sua verità trova una bellezza ruvida, indomabile. È un album che lavora sulla carne e sulla mente, sul sacro e sul profano, sulla contraddizione come condizione permanente dell’esistenza. È un debutto che suona già come un manifesto, perché ha una voce precisa: non vuole salvarti, vuole mostrarti cosa resta quando smetti di mentire a te stesso.

Il disco si apre con “Vivere nella mia testa”, un ingresso violento e lucidissimo nella psiche. Le figure mentali diventano architetture sonore: scale che si piegano come quelle di Escher, ombre che corrono, pensieri che si attorcigliano fino a implodere. La voce è un colpo al diaframma, una confessione che non cerca perdono. È il brano perfetto per dire: “Benvenuto, qui non c’è via di fuga”.

Poi arriva “Amante Santa”, il cuore identitario dell’intero progetto. Qui prende forma la mitologia della band. È il brano che incarna il dualismo su cui poggia tutto il disco: santo e amante, luce e rabbia, desiderio e colpa. La scrittura è affilata, simbolica, feroce; la produzione è un altare elettrico che illumina e brucia. Qui SANTAMANTE dichiara il proprio nome, la propria poetica, la propria ferocia emotiva.

“Facciamo piano” cambia atmosfera senza smorzare l’intensità. È un momento di vulnerabilità pura, in cui il silenzio pesa più di qualsiasi rumore. Il brano vive di sospensioni, di mezze frasi, di respiri trattenuti: non è calma, è una pace apparente che vibra di irrequietezza. La voce si muove su un filo sottile, come se sapesse che una sola parola fuori posto potrebbe far crollare tutto. È una tregua instabile, una stanza illuminata da una lampada troppo debole per davvero proteggere.

Con “Corpi su corpi”, l’album scende nella parte fisica e più primordiale della storia. È un brano carnale ma disperato, dove il contatto è sia rifugio che dipendenza. La ripetizione del testo costruisce un ritmo quasi rituale, un mantra che amplifica l’ossessione. Le chitarre strisciano, la batteria pulsa come un cuore stanco, il corpo diventa racconto e prigione allo stesso tempo.

“Amarti per sempre” è la frattura emotiva, la riflessione più nuda sul concetto di promessa. L’amore non è zucchero, ma una vertigine che può far male. La scrittura qui è cinematografica: ci sono scale, cadute, schiume che si asciugano, la sensazione di perdere qualcosa che non si riesce a trattenere. È uno dei momenti più sinceri del disco, forse perché non offre risposte ma solo il peso delle domande.

Con “Vai o non vai” ritorna l’urgenza del movimento. Il brano avanza come un interrogatorio interiore: la voce spinge, la strumentazione rincorre. È un pezzo costruito sull’indecisione, sulla tensione continua tra restare e saltare nel vuoto. La domanda del titolo rimbalza e non trova pace, come tutti i dubbi che non si risolvono ma si attraversano.

La parte più vulnerabile dell’album si manifesta in “Carne nuda”, che è un’ammissione di fragilità e coraggio insieme. Qui la voce si fa corpo, davvero: tremante, sporca, vicinissima. La frase che dà il titolo è una dichiarazione identitaria: non più maschere, non più scudi, solo pelle esposta. È uno dei brani più intensi dell’intero lavoro.

“Sfiori” è un addio lento, una dissolvenza che si consuma piano. L’atmosfera è rarefatta, come se tutto fosse visto attraverso un vetro appannato. C’è la sensazione di parlare a qualcuno che non ascolta più, o forse che si è già trasformato in ricordo. È un brano che pesa nelle pause, nei non detti, nella distanza.

E poi arriva “Coperta di vetri”, dove l’album esplode. È la traccia più ruvida, più violenta emotivamente, quella in cui l’immaginario si fa tagliente davvero. I vetri non sono metafora poetica: sono schegge che si incastrano tra pelle e pensiero. Le chitarre graffiano, la ritmica corre, la voce sembra lottare contro un dolore che acceca ma illumina.

Infine “Terra bruciata” chiude il viaggio con una forza che spiazza. È un monologo che viene dal fondo della notte, una ricognizione sulle rovine lasciate dopo la tempesta. Non c’è vittimismo, non c’è trionfo: solo la consapevolezza onesta di ciò che si è consumato. È una conclusione che non cerca di consolare: accoglie il vuoto per farne seme.

“SANTAMANTE” è un debutto che non accompagna ma attraversa, che non accarezza ma incide.
Un disco che non vuole essere ascoltato: vuole essere vissuto.