Con “La Morte”, Diora Madama debutta con un album interamente autoprodotto che incrocia suoni afro-latini, taranta e sperimentazione contemporanea. Un progetto nato da un percorso di decostruzione e rinascita emotiva, radicato in un’identità sudista personale, cupa e sensoriale. L’indipendenza artistica diventa scelta e necessità, confermando una voce destinata a emergere nel panorama alt-pop italiano
Intervista
“La Morte” è il tuo primo album interamente autoprodotto. Cosa hai “ucciso” e cosa hai fatto rinascere durante questo percorso?
Volevo chiamare l’album “La morte dell’ego” ma era prolisso e troppo specifico. Volevo in qualche modo decostruire il mio ego ed esporlo in vetrina come un Picasso. In qualche modo penso di esserci riuscita, soprattutto perché ho vinto qualche guerra emotiva durante la scrittura dell’album.
Dai ritmi afro-latini alla taranta: il tuo sound è un mix di mondi. C’è un suono che senti più “tuo” di tutti?
Me lo chiedo spesso, in realtà non saprei, etichetto il mio suono come “sud” e anche come “cupo”. Un sud cupo. Forse questo è l’elemento che caratterizza tutta la mia musica, prescindendo dai generi, come se fosse notte fonda ma calda. D’estate.
Hai collaborato con Troyamaki e Leslie, due voci forti dell’Abruzzo: cosa vi unisce artisticamente e cosa vi spinge oltre i confini locali?
La cosa che accomuna questi due artisti a me è la follia. Credo che noi abruzzesi siamo persone abbastanza irrequiete e, come dire, “ruspanti”. In modi diversi, Troy e Leslie sono artisti che divergono totalmente dal mainstream, sia nella musica che nella vita. Infatti siamo amici per questo.
Se dovessi descrivere “La Morte” con un’immagine visiva, da fotografa e da musicista, quale sarebbe?
La copertina del mio album è il perfetto esempio visivo di come posso descrivere “La Morte”.


