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Sulle prime Lour Reed pone un veto decisamente importante sull’estetica di questo modo che ha Uino di fare… e questa ballata molto arrugginita, ferrosa, da un drumming forse (e dico forse) troppo “programmato” e composto (l’avrei preferito decisamente più figlio di un caso, registrato live con un piglio lo.fi), è un manifesto esistenziale e di “bellezza” decisamente interessante. Si intitola “Bellissima” il nuovo singolo di Uino, un brano che ci mette voglia di aspettare un disco intero che possa riportarci le dissonanze degli anni ’70, che possa far tornare al cuore il peso poetico di suoni che non arrivano dai computer e dai cliché. Insomma: parlando di folk che ha tutta l’aria di fare il giro del mondo.

 

Uno scenario folk decisamente caldo e fatto di piccole cose: quanta contemplazione serve per un brano simile?

Più che contemplazione, serve presenza. L’ispirazione è un lampo, dura pochissimo. Ma se sei pronto ad accoglierla, quel frammento può trasformarsi in musica e restare fissato nel tempo, come una polaroid emotiva.

 

Che sia anche una provocazione al caos di tutte le cose che corrono oggi?

La vita è già caotica di per sé. Il problema è che oggi quel caos viene coperto da un rumore artificiale: stereotipi, modelli imposti, immagini filtrate che viaggiano tra TV e social. Tutto sembra accelerato, confezionato, difficile da sostenere.

La mia provocazione è questa: tornare al proprio caos interiore, quello vero, fatto di emozioni contrastanti e fragilità autentiche. Scrollarsi di dosso le strutture artificiali e riscoprire la complessità umana senza filtri.

 

Chi è Uino oggi? Un brano simile, una “sperimentazione” come leggo nella cartella stampa, che cosa ha portato?

Uino oggi è un insieme di difetti e pregi, di esperienze e crescita. Vengo dal punk rock, che non ho mai rinnegato, ma oggi mi affaccio anche al cantautorato per raccontarmi in modo più diretto e consapevole. Per me sperimentare significa aggiungere, non cancellare: questo brano mi ha dato la libertà di unire le mie radici a nuove sonorità. Uino è semplicemente un’altra faccia di Jean Carlo, niente di più e niente di meno.

 

Il suono e la sezione di drumming sembra ancora figlia delle macchine o sbaglio? Sono programmazioni?

Dal vivo il brano respira con un cajón vero, suonato, fisico. In studio invece ho scelto di lasciarmi ispirare da certe atmosfere più cinematografiche, come quelle della colonna sonora di Philadelphia. A fine anni ’80 e inizio ’90 sperimentare significava innovare, cercare nuovi suoni senza chiedere il permesso a nessuno.

Oggi sembra che, se ti definisci cantautore, tu debba per forza suonare “analogico” per essere credibile, mentre nel mainstream l’autotune è diventato quasi una religione. Io non credo nelle etichette: credo nelle canzoni. Se una programmazione serve a raccontare meglio un’emozione, allora è uno strumento, non un trucco.

 

In chiusa: quanto conta abbandonarsi e accogliere le proprie emozioni?

Oggi più che abbandonarsi, credo sia importante ritrovarsi. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra fatto per distrarci, per non farci sentire troppo, per anestetizzare emozioni, sofferenza e paura — che però esistono più che mai.

Accogliere le proprie emozioni non è debolezza, è un atto di coraggio. Significa fermarsi, guardarsi dentro e riconoscersi. Per me la musica nasce proprio lì: non dall’evasione, ma dalla consapevolezza. Ritrovarsi è il gesto più rivoluzionario che possiamo fare oggi.

 

Ascolta “Bellissima” on Spotify

https://open.spotify.com/intl-it/track/5nSNwlTdgrsUnC1t2qx13h?