Ci sono dischi che non nascono da una risposta, ma da una domanda. Hanbleceya degli Shiny Dust appartiene a questa categoria: un viaggio dentro le proprie fragilità, attraverso il disagio personale e quello collettivo, alla ricerca di una possibile luce interiore.
Il progetto della band lucana prende forma dall’incontro tra territori, inquietudini e sonorità. Un universo che gli Shiny Dust hanno scelto di definire “Calank Rock”, un linguaggio capace di unire le atmosfere della loro terra con l’immaginario del rock anglosassone.
La Basilicata diventa così molto più di un semplice luogo di provenienza. È un paesaggio fatto di contrasti, silenzi, disillusione e ferite sociali che finiscono inevitabilmente per riflettersi nella musica. Nei brani convivono alienazione, solitudine, nostalgia, rabbia e speranza, trasformando il disagio in una materia sonora da attraversare.
Hanbleceya invita quindi ad andare oltre la superficie: a guardarsi dentro, riconoscere quelle fragilità che spesso proviamo a nascondere e trasformarle in qualcosa di condivisibile attraverso la musica. Perché, come raccontano gli stessi Shiny Dust, la musica può arrivare dove le parole da sole non riescono.
E questo viaggio, però, non sembra essere destinato a fermarsi qui. About Lost Youth rappresenta per la band un punto di partenza verso una nuova fase: nuovi brani, nuovi suoni e nuove atmosfere stanno già prendendo forma. La ruvidità di Hanbleceya viene lasciata nel deserto, ma rimane intatta l’idea del viaggio sonoro.
Questa volta la destinazione sembra essere una metropoli luminosa e seducente, dietro le cui insegne si nascondono però immoralità e decadimento. Un nuovo paesaggio da esplorare, un’altra parte dell’oscurità da raccontare.
L’INTERVISTA
Il titolo Hanbleceya richiama una visione solitaria e il confronto con il proprio buio. Qual è stata la vostra “visione” durante la realizzazione del disco? C’è qualcosa che avete scoperto di voi stessi che prima non riuscivate a vedere?
La nostra “visione” è stata affrontare e raccontare il nostro tempo attraverso un ipotetico viaggio alla ricerca della luce interiore. In realtà non eravamo partiti con una “visione” ben precisa, ma man mano che lavoravamo al disco ci siamo resi conto di quanto la voglia di esternare i nostri disagi personali e universali venisse allo scoperto.
Musicalmente parlando abbiamo passato moltissimo tempo a cercare di scegliere i suoni giusti che potessero intrecciarsi al meglio con quello di cui parlavamo. Produrre questo disco ci ha aiutato a percepire le fragilità e la disillusione che molte volte cerchiamo di nascondere.
Hanbleceya è un invito a guardare dentro di sé.
Nei vostri brani convivono rabbia, alienazione, nostalgia e speranza. Quanto è importante per voi trasformare il disagio personale e quello della società in musica, invece di cercare semplicemente di raccontarlo?
Gli artisti hanno secondo noi, grazie alla musica, il potere di portare altrove e generare riflessioni negli ascoltatori.
Fare musica è la cosa che ci riesce meglio e di conseguenza abbiamo prodotto un disco che potesse rappresentare tutto questo. La musica, d’altronde, ha un potere enorme e riesce a dire più di quanto possa fare soltanto la parola.
Avete definito il vostro suono “Calank Rock”. Quanto il paesaggio lucano e le vostre radici hanno influenzato il modo in cui scrivete e immaginate la musica? E cosa significa portare un territorio del Sud dentro un linguaggio musicale fortemente legato anche al rock anglosassone?
La terra lucana offre scenari di un fascino estremo e ricco di contrasti. È un susseguirsi di luoghi silenziosi abitati da persone disincantate; un ambiente che va vissuto intimamente per essere decifrato davvero.
Da questa forte dicotomia prende forma il nostro progetto sonoro, capace di alternare tinte molto accese a sfumature oscure e spiazzanti.
La nostra regione è segnata da numerose criticità – dalla carenza di occupazione alle ecomafie, passando per i danni ambientali e l’esodo di chi emigra – e la nostra proposta musicale si fa portavoce delle insicurezze dell’individuo odierno.
Raccontiamo l’alienazione, la solitudine e la mancanza di unità di una mente nevrotica, dinamiche che si specchiano perfettamente nelle fratture della nostra terra.
In un panorama del genere, spesso avaro di fermento culturale, creare arte è una sfida complessa. Chi sceglie di non andar via deve armarsi di tenacia, lavorando nell’ombra ogni giorno per riuscire a ritagliarsi il proprio spazio.
In Modern Prayer, ad esempio, la struttura principale riprende un motivo del folklore locale portandolo all’interno di un brano fortemente rock anglosassone.
Con About Lost Youth, invece, abbiamo cercato di restituire un addio agrodolce al ricordo di ciò che eravamo, esposti ma profondamente vivi attraverso un sound e delle atmosfere che si rifanno al rock degli anni ’70.
“About Lost Youth” parla anche del ricordo di una versione passata di voi stessi. Guardando oggi al percorso degli Shiny Dust, cosa avete lasciato nel deserto e cosa invece volete portarvi nel prossimo viaggio?
Sicuramente About Lost Youth è il punto di partenza verso un nuovo percorso degli Shiny Dust.
Al momento siamo al lavoro su nuovi brani, stiamo lavorando su nuovi sound e atmosfere. Nel deserto lasciamo la ruvidità che ha contraddistinto Hanbleceya, non abbandoniamo invece l’idea del “viaggio sonoro” che da sempre ci portiamo dentro.
Stiamo esplorando territori più luccicanti che però nascondono dietro le insegne luminose, ammalianti e illusorie, l’immoralità e il decadimento di ogni forma di umanità.
Il viaggio ci porta dalle lande desolate e inabitate, alla metropoli corrotta che si erge improvvisamente nel deserto.


