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La scrittura di Stefano De Maco e la produzione elegante di Marcello De Toffoli: un ricamo lirico e melodico dentro un pop sognante che davvero diviene specchio riflesso dei luoghi incantevoli dentro cui viene portato nel video ufficiale. Santamaria ci canta “Il senso dell’incanto”, una voce sottile e precisa, un testo che non cerca sovrapposizioni e distanze filosofiche. Ci ricorda tanto di tradizioni che ormai sono quasi messe da parte o forse torneranno in auge pensando alla sintesi sonora e melodica del pop d’autore di Sal Da Vinci. Un brano che torna all’uomo e che vien facile sviscerare fin dentro le sue ombre…

Sulle prime posso dirtelo che ci sento tantissimo “Fragile” di Sting? Prima della lirica e della strofa ho pensato ad una tua riscrittura, che ne pensi?

Accetto il paragone come un enorme complimento. In realtà non c’è stata una riscrittura consapevole in quel senso, ma credo che l’autore sia riuscito a catturare sfumature personali, che capolavori come il brano di Sting potrebbero influenzare, per questo bisognerebbe chiedere all’autore, io sono un interprete, il mio percorso è teatrale; mi sono avvicinato alla musica da pochi anni, per completare la mia formazione artistica. Quando ho letto il testo e ho iniziato a lavorarci, ho sentito subito che la forza del brano non risiedeva nelle urla, ma nella consapevolezza delle proprie emozioni quando ci troviamo davanti all’incanto. È un’atmosfera che mi appartiene molto, ed è stato naturale per me abitarla.

Che poi, a pensarci bene i due mondi anche lirici, non sono distanti non trovi?

Esatto non sono affatto distanti, anzi, si guardano allo specchio. È interessante notare come il mondo lirico del brano Fragile possa avere punti di contatto con il mio universo. D’altro canto, il mio testo non parla di vulnerabilità e fragilità, ma di un’esaltazione di tutto quello di bello che c’è, che ancora riesce a incantare dagli occhi di chi guarda.

Sarà la Campania come terra di grandi contaminazioni, trovo che ci sia moltissima radice in tal senso o sbaglio? Dal folk al futurismo digitale al mio orecchio sono tanti gli appigli…ma forse sbaglio…che mi dici?

Non sbagli affatto. Venire da una terra come la Campania significa avere il Vesuvio nel sangue e il Mediterraneo negli occhi: un mix di storia antica e caos modernissimo. In questo brano c’è proprio questo: una struttura che affonda le radici nella tradizione melodica e nel racconto “viscerale”, quasi folk ma vestita con suoni che guardano al futuro. È un “futurismo dei sentimenti” dove la tecnologia non fredda l’emozione, ma l’amplifica. Gli “appigli” che senti sono fili che collegano la tammurriata alla drum machine; il ritmo del cuore che diventa algoritmo.

Per te oggi l’incanto dove possiamo rintracciarlo?

Credo che l’incanto sia ovunque, basta saperlo cercare. È tutto ciò che abbiamo intorno, ma non ci rendiamo conto. Anche in una canzone che ci fa sentire vivi, o in un momento di connessione con qualcuno. Anche in luogo di solitudine e silenzio, dove il tempo sembra fermarsi, potrebbe essere proprio lì, in quel vuoto apparentemente infinito, che si cela l’incanto…

Domanda provocatoria: esiste dietro ai computer secondo te?

Quanto all’esistenza dell’incanto dietro a un computer, credo sia una domanda interessante. I computer e la tecnologia possono certamente aiutarci a creare e a condividere momenti di incanto, ma non credo che l’incanto in sé possa essere ridotto a un algoritmo o a un codice. L’incanto è qualcosa di più profondo, di più umano, e credo che sia legato alla nostra capacità di emozionarci, di sognare e di connetterci con gli altri. Quindi, anche se i computer possono essere uno strumento per esprimere e condividere l’incanto, non credo che possano sostituire la magia dell’esperienza umana.