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Con Sand, gli Aura Q fanno il loro ingresso discografico muovendosi in una zona rara e necessaria: quella dell’ascolto profondo, della lentezza e del dialogo con ciò che ci circonda. Il singolo anticipa DAYLIGHT, un album che promette di indagare il concetto di luce non come semplice metafora, ma come esperienza sensibile e interiore. Tra pianoforte, violoncello ed elettronica, il progetto si muove lungo un confine sottile tra composizione, percezione e consapevolezza, invitando l’ascoltatore a tornare a osservare il mondo – e se stesso – partendo dagli elementi più semplici. Abbiamo parlato con loro di natura, suono, vibrazione e identità artistica.


Intervista a Aura Q – Singolo “Sand”

“Sand” è il vostro singolo di debutto e rappresenta un invito all’osservazione di elementi semplici e spesso trascurati. Cosa vi ha ispirato specificamente a scegliere la sabbia come simbolo centrale del brano?
Non c’è una ragione specifica se non l’idea di focalizzare l’attenzione su elementi della natura che per una ragione o per l’altra non si osservano più e che invece dovrebbero tornare ad essere oggetto di osservazione. Per il nostro benessere. Quello che percepiamo con i sensi è una rappresentazione personale e anche collettiva della realtà, filtrata da come siamo nel momento in cui la guardiamo; per cui, ragionando al contrario, si fa presto a capire dove ci troviamo oggi come umanità. Se la realtà appare deprimente gli esseri umani sono più sbilanciati verso una zona oscura, se la realtà appare soddisfacente lo sono verso una zona più luminosa. Oggi, parlando in termini molto generici, ci troviamo in un versante difficile da leggere. Abbiamo quindi bisogno di esseri e cose che sappiano illuminare questa oscurità. Per iniziare si può interagire nuovamente con ciò che spontaneamente è portatore di luce, come la sabbia citata nel brano. Il contatto con la natura può migliorare il nostro stato perché noi siamo fondamentalmente esseri luminosi, come piante, minerali e animali. Solo che dormiamo e lo abbiamo dimenticato.

La vostra musica nasce dall’interazione tra pianoforte, violoncello ed elettronica. Come avete sviluppato questo approccio sonoro e quale effetto sperate che abbia sull’ascoltatore?
Siamo partiti dall’idea di scrivere brani semplici, la cui struttura potesse essere letta da chiunque senza sforzo. Per questo ci siamo riappropriati della melodia come guida del pensiero musicale. Non è stato immediato, perché la semplicità è un territorio scivoloso e va affrontato con grande rispetto. Pianoforte e violoncello sono i nostri strumenti e rappresentano sempre il punto di partenza, anche per conservare un livello minimo di eseguibilità indipendente. L’elettronica, invece, ci permette di ampliare questo approccio verso possibilità praticamente infinite. Il piano e il cello sono il mezzo, l’elaborazione digitale sono le direzioni che il suono può prendere.

“Sand” anticipa l’album DAYLIGHT. Potete raccontarci il filo concettuale che lega il singolo all’album e cosa significa per voi “luce” in questo contesto?
C’è una frase di Rumi che dice: “Sono le ferite i posti dove la luce entra in noi”. Si riferisce a una luce interiore, spesso legata alle ferite dello spirito. Oggi però questa luce è stata svuotata di senso e le ferite trattate come eventi normali. È un po’ quello che accade nella medicina allopatica: si cura il sintomo senza indagarne l’origine. In questo modo il dolore perde il suo valore come via di consapevolezza, e la tecnologia diventa un’estensione che sostituisce l’ascolto profondo. DAYLIGHT nasce dalla necessità di riportare luce nelle ombre in cui abbiamo nascosto la nostra natura, rivalutando ciò che è sempre stato a disposizione: sabbia, falene, mare, neve. La natura è una maestra imparziale, capace di portare conoscenza, bellezza e democrazia, se solo smettessimo di ignorarla.

Nel comunicato si parla della vostra musica come di un gesto di dialogo con il mondo naturale. In che modo la natura influenza i vostri processi compositivi e creativi?
Passiamo molto tempo insieme parlando sia di crescita professionale sia, soprattutto, di metamorfosi personale. Da un lato usiamo il suono per veicolare esperienze emotive, dall’altro cerchiamo di ricavarne informazioni più profonde. Pensare al suono solo come elemento musicale è riduttivo: la meccanica quantistica ci dice che l’essenza della materia è vibrazione. Attraverso il suono si possono curare malattie, modificare stati della materia, affrontare eventi naturali. Anche il nostro corpo reagisce a questi fenomeni. La musica, quindi, può fare molto di più che intrattenere, se usata con coscienza.

Il progetto nasce “più dalla necessità di comprendere che da quella di stupire”. Quali sono state le sfide e le libertà artistiche nel definire la vostra identità musicale?
Il nostro rapporto con la musica e con il suono è aperto, intuitivo e naturale. Siamo musicisti con una lunga esperienza e in questo progetto abbiamo cercato di sintetizzare le nostre qualità migliori. Le vere sfide, se così vogliamo chiamarle, riguardano più la diffusione dell’album che la costruzione di un’identità musicale. Quella o ce l’hai o non ce l’hai. Per il resto, si prospetta una bella avventura.