Ci sono artisti che partono da un suono.
E poi ci sono quelli che partono da una domanda.
Riverso è uno di questi.
Nel suo percorso, tra elettronica e cantautorato, la musica diventa uno spazio di ricerca: personale, emotiva, spesso scomoda.
Al centro c’è un sentimento che torna: quello di non sentirsi mai completamente al posto giusto.
Ne abbiamo parlato con lui.
Tornare nel tuo luogo natio ti ha fatto sentire più vicino a te stesso o ancora più distante?
Tornare, nel senso che ho avuto la possibilità di viaggiare e vivere in diversi posti, ora vivo nel mio luogo natio.
Da una parte mi sento più vicino alla mia terra, perché ne sono molto fiero; dall’altra invece mi sento distante e sbagliato, perché tutto quello che mi era familiare una volta ora è cambiato.
Quando esco nel mio paese mi guardo attorno e non riconosco più niente.
La domanda che mi pongo nella canzone è proprio questa: mi sento sbagliato io o è questo luogo ad esserlo?
Quando nasce la sensazione di essere “sbagliati”: dentro di noi o nello sguardo degli altri?
Direi entrambe le cose.
La sensazione parte da dentro, ma viene poi confermata dallo sguardo degli altri.
Quando percepisco il distacco tra me e le persone, capisco quanto sia cambiata la società, diventata velocissima, e quanto abbia perso gli istinti e i colori che appartenevano alla mia Umbria.
Nel tuo progetto l’elettronica incontra il cantautorato: quanto conta per te trovare un equilibrio tra suono e parola?
È fondamentale.
Vedo la parola come gli esseri umani e il suono come la terra che li ospita.
Quando riesci a creare una sinergia tra le due cose, lì nasce davvero la musica.
“Mi sento sbagliato” lascia più domande che risposte: è questo, per te, il senso della musica?
Sì.
Ogni canzone nasce dal bisogno di trovare risposte. È una ricerca continua che mi porta a evolvermi e ad analizzarmi.
Poi, rileggendo i testi, mi accorgo che una risposta arriva sempre, anche se magari non è quella che mi aspettavo.




