Skip to main content

C’è una delicatezza rara in “Platonico”, il nuovo singolo di Frida Martini. Una canzone che non cerca risposte, ma abita le domande, raccontando quel territorio emotivo fatto di attese, immaginazione e possibilità mancate. Dopo anni di scrittura al servizio di grandi interpreti, Frida Martini continua a costruire un percorso personale in cui la parola è centrale e l’emozione non viene mai forzata. Il brano, prodotto da Vincenzo Leone, vive di equilibri sottili e silenzi pieni. Un nuovo tassello che avvicina l’artista al suo primo lavoro discografico.

 

Nel testo parli di desideri che fanno bene e male insieme. Come descriveresti questo tipo di contraddizione?

Per me il desiderio non è mai pulito, non è mai comodo. È una forza che ti tiene vivo ma allo stesso tempo ti espone, ti spoglia. Ci sono desideri che ti salvano e altri che ti consumano, e spesso sono gli stessi. Mi interessa raccontare proprio quel punto di mezzo, quella fragilità dove capisci che qualcosa ti fa male, ma non riesci a smettere di volerlo. Fa parte dell’essere umano, credo sia la zona più vera.

 

Come hai capito che questa canzone aveva bisogno di una produzione così misurata e non di un arrangiamento più “forte”?

Perché la canzone respirava già da sola. Sentivo che ogni suono in più rischiava di coprire quello stato d’ansia che avevo nel momento che l’ho scritta, una produzione misurata ti costringe ad ascoltare le parole, il peso delle frasi, ed anche i silenzi. Non volevo una corazza sonora, una protezione, volevo che la voce fosse quasi vicina, scomoda, a tratti maleducata.

 

Dopo tante collaborazioni importanti come autore, che cosa significa per te la decisione di dare avvio al tuo progetto solista?

È un atto di esposizione totale. Quando scrivi per altri puoi nasconderti dietro la loro storia; quando firmi un progetto tuo non hai più filtri. Frida Martini nasce proprio da questa esigenza: smettere di proteggermi e prendermi la responsabilità delle mie ombre, delle mie contraddizioni, della mia estetica. È più rischioso, ma è anche molto più vivo.

Voglio prendermi gli insulti e gli abbracci, le delusioni e l’affetto.

 

Il tuo nome racchiude due figure iconiche come Frida Kahlo e Mia Martini. Quanto pesa e quanto ti guida questa eredità simbolica?

Non lo vivo come un peso ma come una tensione continua. Frida Kahlo mi ricorda il coraggio di trasformare il dolore in immagine, in identità; Mia Martini mi insegna la verità emotiva, quella voce che ti sbatte in faccia l’emozione. Non voglio imitare nessuna delle due, è impossibile e inutile, ma porto con me quell’idea di arte viscerale, imperfetta, necessaria. È più una bussola emotiva che un modello da seguire.