Tornano i Northway, formazione che oggi rinasce in forma di quartetto e ripesca dalle ceneri un suono post-rock ciclico e visionario, sospeso e mai impegnato in chissà quali determinazioni. E lo ritroviamo in un 45 giri digitale di due lunghe composizioni come da cliché del genere dentro cui in effetti c’è molto classicismo e poco futuro programmato… e la cosa ci piace assai. Un EP (la lunghezza totale dei due brani in fondo è quella) dal titolo “Impulse, Surrender!”, uscito di nuovo per la label abruzzese I Dischi del Midollo. Un viaggio esoterico, denso di nebulose ma anche, ad abbandonarsi un poco, rivelatore…
Nuova vita per i Northway… perché non elaborare nuove immagini e nuove facce?
Simo: Probabilmente non sappiamo se i Northway siano ripartiti dal punto in cui si erano fermati oppure se dei Northway sia rimasto solo il nome. Ci siamo incontrati nel desiderio di tornare a fare qualcosa che amiamo. Due di noi, Teo e Labo, arrivano dal passato della band, ma probabilmente nel tempo sono cambiati e, in un certo senso, sono nuovi anche loro. Accanto a loro ci siamo io e Brambo, che abbiamo smosso le acque portando il nostro linguaggio. Attualmente i Northway sono una specie di Torre di Babele in costruzione. Forse non inventeremo nulla di nuovo, ma abbiamo sicuramente qualcosa di diverso da raccontare. Forse siamo il risultato del tempo passato, delle nostre vite che sono andate avanti separate ma parallele e che oggi si incontrano di nuovo su queste note.
La scena post-rock secondo voi che salute sta avendo in questi tempi?
Simo: Oggi, personalmente, ascolto meno post-rock rispetto al passato. Nei primi anni Duemila, invece, ne ascoltavo moltissimo: era un periodo di grande fermento, anche in Italia, con diverse band capaci di essere interessanti perfino a livello internazionale. Oggi molte nuove uscite mi sorprendono meno, sia dal punto di vista compositivo sia da quello sonoro. Spesso ho la sensazione di ascoltare qualcosa che, in forme diverse, esisteva già vent’anni fa. Probabilmente il post-rock è diventato una sorta di “classico in vita”: un genere con un linguaggio ormai riconoscibile, un suono e un’atmosfera ben definiti. Resta comunque una musica di nicchia. Però ai nostri concerti vedo ancora tanti ragazzi curiosi: si avvicinano agli strumenti, osservano come lavoriamo con effetti e strumenti analogici, cercano di capire come nascono certi suoni. In questo senso chi fa post-rock oggi è un po’ come un dinosauro ancora in vita: una specie rara, ma ancora capace di incuriosire.
E in questi tempi di macchine intelligenti? Che tipo di rapporto avete con questo “futuro” tecnico?
Labo: Ho sempre preferito creare e registrare musica con altre persone e solo negli ultimi due o tre anni sto utilizzando programmi DAW per realizzare musica a casa con il PC e personalmente questo credo sia il mio approccio più tecnologico legato alla musica suonata. Nella mia pedaliera invece convivono effetti sia analogici che digitali ma nulla di ultratecnologico. Per quanto riguarda la musica ascoltata trovo comode le piattaforme di streaming audio ma preferisco sempre l’ascolto analogico di buon vinile.
Simo: Con le macchine intelligenti ho un rapporto curioso ma prudente. Voglio pensare che sarò sempre in grado di rallentare nonostante il futuro tenderà a correre sempre più veloce. La speranza è che, anche in mezzo a tutta questa tecnologia, ci sia sempre spazio per l’errore, per qualcosa di meravigliosamente imperfetto.
Un 45 giri digitale, come si usa dire oggi… la prefazione di un disco in arrivo?
Labo: L’idea di realizzare un lavoro di più ampio respiro c’è.. magari proprio un 45 giri. Dobbiamo ancora pensarci, o forse non dobbiamo pensarci troppo e semplicemente continuare la composizione dei nuovi pezzi e lasciare che la musica fluisca.
Brambo: Ci stiamo ancora conoscendo l’un l’altro dal punto di vista compositivo. Ci sono parecchie bozze del passato a cui stiamo provando dare una nuova identità. Il processo richiede tempo, ma l’intenzione è quella di registrare appena avremo materiale che soddisfi tutti e quattro. Simone: E stiamo anche lavorando a nuove cose. Ci piacerebbe pubblicare un disco anche domani, ma le canzoni richiedono tempo. Bisogna incontrarsi, limare le idee, registrarle. Siamo in una fase della vita in cui da un lato ci piace lasciare che le cose ci attraversino con calma, dall’altro non vediamo l’ora di ritornare in studio.
La psichedelia sembra dare soluzioni facili a chi non riesce a percorrere le vie del “didascalico”. Cosa ne pensate?
Simone: Sì, sono abbastanza d’accordo. Credo che sia più difficile fare pop, se fatto bene: strofa, ritornello, pochi minuti, ma devi saper arrivare dritto al cuore. È una forma di sintesi estrema. La nostra però non è psichedelia pura e improvvisata, dietro ci sono scelte precise e un lavoro pensato sulle strutture. Ci piace immaginare che in un nostro pezzo convivano più canzoni piccole capaci di smuovere qualcosa dentro.
Brambo: la psichedelia non sarebbe una scorciatoia ma un linguaggio diverso…è ciò che il linguaggio analitico non riesce a dire!


