Con Gli Innamorati i Dadamatto tornano dopo otto anni di silenzio discografico e lo fanno senza cercare redenzioni né rilanci strategici. Il nuovo album, uscito lo scorso novembre per Panico Dischi, è piuttosto una presa di posizione: un disco che rivendica il diritto di restare fedeli a se stessi anche quando questo significa muoversi ai margini, fuori dalle logiche di utilità, efficienza e produttività che governano gran parte della musica contemporanea.
Marco Imparato, Andrea Vescovi e Michele Grossi suonano insieme da vent’anni e Gli Innamorati nasce proprio dalla consapevolezza del rischio di “assomigliare troppo a se stessi”, di sentirsi fuori tempo massimo. Ma invece di correggere la rotta, i Dadamatto scelgono l’atto opposto: riconoscersi, come accade in amore. L’album prende forma così come una riflessione sull’improduttività del sentimento, su quel dispendio di energie che non porta risultati misurabili ma costruisce legami, separa dal mondo e, proprio per questo, dà senso al cammino.
Registrato dopo quattro mesi di isolamento creativo in una casa di campagna, Gli Innamorati ha un suono che rifugge ogni patinatura. È un disco che vive di equilibri fragili, di tensioni emotive trattenute, di una scrittura che non cerca l’impatto immediato ma la risonanza profonda. L’amore, qui, non è consolazione né racconto romantico: è una religione laica, un desiderio che brucia, si consuma e si riflette su se stesso proprio mentre svanisce.
Non c’è alcuna ansia di “arrivare a tutti”. Al contrario, Gli Innamorati sembra rivolgersi solo a chi è disposto a riconoscersi in questo passo laterale, in una musica che accetta la dispersione, l’attesa, la possibilità di perdersi. È un ritorno che non guarda al passato con nostalgia, ma che riafferma il presente come spazio condiviso, senza una meta certa, ma con una direzione comune.


