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Potremmo definire il disco “Canti a Lucendiluna” come un luogo. Un luogo attraversato da voci antiche e respiri nuovi, dove la tradizione corsa non resta immobile, ma si fa materia, capace di trasformarsi e di incontrare l’altro.

Fin dalle prime tracce si ha la sensazione di entrare in uno spazio condiviso e rituale. Le voci si cercano e si sostengono, in un continuo passaggio di luce tra chi canta e chi ascolta. La polifonia diventa qui un gesto umano prima ancora che musicale, un modo per abitare insieme il suono. Attorno, gli strumenti aprono varchi. Su tutti la chitarra di Luca Falomi, i  cui intrecci sono ricami che sanno di memoria.

E poi c’è ciò che non si vede, ma si sente. L’assenza di Stéphane Casalta attraversa il disco come un’eco profonda, mai retorica. Una presenza trasformata, in dialogo con la voce di Rosela Libertad. “Canti a Lucendiluna” diventa così anche un atto di cura: un’opera portata a compimento con rispetto e dedizione, come si fa con ciò che ha valore e chiede di essere custodito.

La dimensione live da cui il progetto ha preso forma si avverte nei respiri condivisi, nei tempi che non sono mai rigidi, nella libertà sottile che tiene insieme ogni passaggio. I brani non si aprono, si contraggono e trovano equilibrio nell’ascolto reciproco.

“Canti a Lucendiluna” è un viaggio che non ha confini precisi, ma una direzione chiara: quella dell’incontro. Tra culture, tra persone, tra ciò che resta e ciò che cambia. Una musica che, come la luce della luna evocata dal titolo, non abbaglia, ma illumina piano, lasciando spazio all’ascolto.