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“N” mi piace soprattutto quando Naesh smette di sembrare interessato a raccontare una storia e si limita a guardarsi intorno. C’è qualcosa di molto concreto nella sua scrittura: persone, luoghi, situazioni e pensieri non vengono trasformati in grandi dichiarazioni, ma rimangono lì con le loro contraddizioni. È un rap che osserva prima di spiegare, e forse proprio per questo riesce a risultare personale senza diventare autoreferenziale.

In questo senso, il disco ha una leggerezza che non va confusa con superficialità. Naesh sa essere ironico, ma non usa l’ironia come una scorciatoia; la usa piuttosto per prendere le distanze da quello che racconta. Anche quando parla di sé, sembra esserci sempre un piccolo passo indietro, come se fosse più interessato a capire la situazione che a convincerci della propria versione dei fatti.

RameBiz asseconda bene questa impostazione. Le produzioni non sembrano voler rubare spazio alla voce e alla scrittura, ma costruiscono un ambiente abbastanza elastico da permettere ai pezzi di cambiare atmosfera senza perdere la loro identità. È un lavoro che mantiene il legame con l’hip hop senza trasformarlo in un esercizio di fedeltà alle proprie origini.

E poi c’è Ventimiglia, che in “N” non appare semplicemente come un luogo da rivendicare. È una presenza più sottile: una prospettiva, un modo di osservare il mondo da una posizione che non coincide con quella dei grandi centri della scena. È forse anche per questo che il disco non sembra avere particolare fretta di adeguarsi a qualcosa.

Quello che rimane, alla fine, è la sensazione di un artista che non ha bisogno di rendere tutto più grande di quello che è. “N” trova la sua forza proprio nelle dimensioni ridotte: una situazione, una battuta, un pensiero, una strada. Naesh li mette in fila e lascia che siano loro, senza troppe spiegazioni, a raccontare il resto.