Con “Soleo”, Nadia von Jacobi inaugura una nuova fase del proprio percorso artistico, scegliendo per la prima volta di esporsi pienamente con un progetto solista in lingua italiana. Al centro del brano c’è il sole, trasformato nell’immagine di un amante ideale che non chiede nulla in cambio, ma anche in una metafora dell’indipendenza e della capacità di abitare il presente senza affidarsi necessariamente alle conferme degli altri. Un tema che dialoga con una storia personale e musicale attraversata da Paesi, lingue e identità diverse, e con un percorso che l’ha portata dall’esperienza collettiva di Nadia & the Rabbits a una dimensione più intima e focalizzata. Dopo una pausa dai palchi, vissuta come un momento necessario di riorganizzazione, Nadia torna così con una musica più compatta e messaggi più definiti, lasciando alle spalle alcune paure e scegliendo di utilizzare l’italiano con maggiore libertà. Abbiamo parlato con lei di “Soleo”, di indipendenza, scrittura, identità e del significato di ricominciare.
- “Soleo” nasce da una percepita incapacità di relazionarsi e dall’idea del sole come amante ideale, qualcuno che c’è senza chiedere nulla in cambio. È un’immagine molto potente, ma anche ambigua: quanto c’è, in questa figura, del desiderio di una relazione e quanto invece della necessità di imparare a stare bene senza dipendere da essa?
NvJ: Chiaramente le due cose si contaminano a vicenda – aspiriamo sempre ad una relazione, una connessione che ci sembra completa perché vogliamo stare bene o meglio. Ma Soleo invoca un senso di indipendenza, e la capacità di stare bene nell’adesso – quindi anche senza le conferme delle relazioni umane.
- Hai vissuto tra Paesi, lingue e culture molto diverse, e per anni questa dimensione è entrata naturalmente nella tua musica. Oggi scegli di inaugurare il tuo progetto solista soprattutto attraverso l’italiano: cosa riesci a dire in questa lingua che non avresti potuto dire nello stesso modo in tedesco o in inglese?
NvJ: L’italiano è stato per me oggetto di conquista graduale. Sono cresciuta in Germania e il lessico italiano l’ho inizialmente costruito leggendo Topolino. Poi ho scelto di iscrivermi all’Università in Italia – allora per me era una grande sfida iniziare a studiare materie con linguaggio tecnico in una lingua che non avevo imparato a scuola. La scrittura d’autore in italiano per anni mi sembrava irraggiungibile e mi ha richiesto tempo, esercizio e fiducia per superare un certo senso di inadeguatezza. Oggi con Soleo mi spoglio di questa paura e uso l’italiano come piace a me – cercando di non farmi inscatolare in schemi già predefiniti. L’italiano per me è soprattutto spontaneità e immediatezza – combina ritmo e ampiezza, i due elementi portanti del messaggio di Soleo. È anche molto più internazionale di quanto crediamo… in ogni parte del mondo, incluso in Mongolia ho sentito persone ascoltare musica in italiano.
- Dopo un’esperienza collettiva come Nadia & the Rabbits, con musicisti provenienti da Paesi diversi e un disco costruito tra luoghi differenti, cosa significa per te assumerti oggi completamente la responsabilità di un progetto che porta il tuo nome? È una maggiore libertà o, al contrario, una forma nuova di esposizione?
NvJ: Nadia & the Rabbits è stata una bellissima esperienza in cui la mia scrittura cantautoriale incontrava le contaminazioni di musicisti stupendi, sempre entusiasti di aggiungere un pezzo della loro anima alla mia per creare un suono fluido. Il progetto era legato ad un modo di vivere nomade e cosmopolita, in cui scegli di diluire la tua essenza con quella di altri. Questo ritorno mi vede cambiata, sono pronta a mettere a nudo la mia anima e i miei pensieri. Il sound è più compatto, strutturato, forse più accessibile rispetto ai flussi di coscienza che emergevano dal collettivo. I messaggi dei brani sono maggiormente focalizzati.
- Hai attraversato una fase in cui ti sei allontanata dai palchi per continuare a viaggiare e concentrarti maggiormente sulla scrittura. Guardando oggi quel periodo, lo consideri una parentesi, una fuga o una parte necessaria del percorso che ti ha portata a questa nuova identità artistica?
NvJ: È stata decisamente una parentesi necessaria anche se è stata dolorosa. Ero un po’ in esilio ma ho trasformato un momento di apparente debolezza in opportunità per riorganizzare sensazioni, pensieri e le mie identità.
- Hai suonato in contesti molto diversi, fino a condividere San Siro con Biagio Antonacci, e ora presenti “Soleo” come l’inizio di qualcosa di nuovo. Se dovessi togliere completamente dalla tua storia tutto ciò che hai già fatto e presentarti oggi per la prima volta attraverso questa canzone, cosa vorresti che fosse la prima cosa che il pubblico capisse di Nadia von Jacobi?
NvJ: Vorrei che il pubblico percepisse un semplice messaggio: la realtà è più grande di quanto sembri. “Sole baciami” può sembrare una frase superficiale. Invece il pensiero che c’è dietro al brano tocca uno degli esercizi più difficili dell’esistenza – sapersi lasciare andare completamente all’attimo presente. Vorrei che il pubblico si fidasse e si lasciasse trasportare.


