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Strumento di espressione, di suono, strumento di poesia su tutti. La poesia è forse il centro di gravità per Luciano D’Abbruzzo, scrittore e cantautore che ha tanto seminato nella sua ancora giovane carriera. Nuovo disco, nuovo libro, tra le poesie di “MADRE” edito da Edizioni Underground? e il suono delle canzoni di “PADRE” edito da Promopressagency – Ma.Fi. Roma. Didascalicamente diciamo che il volume raccoglie 52 poesie più una, insieme ai testi dell’album allegato alla pubblicazione. La prefazione è firmata da Michele Monina, che definisce l’artista una “faccia d’angelo dolente e indolente”. Meno didascalicamente diciamo che il disco contiene la solennità di parole buone, quelle che sa scegliere chi guarda e misura la vita con delicatezza…

Un libro e un disco. Come a testimoniare quanto le parole non riescano a scindersi nella loro estetica di spettacolo? Cioè un poeta, un cantautore… figli di uno stesso padre?

Credo di sì. Più che figli dello stesso padre, direi fratello e sorella che hanno scelto strade diverse per arrivare nello stesso luogo. La poesia e la canzone nascono entrambe da un bisogno profondo di comunicare. Cambiano i mezzi, cambiano i tempi, ma non cambia la necessità di dare una forma scritta a ciò che sentiamo. La poesia può vivere anche nel silenzio di una pagina, la canzone ha bisogno dell’aria per vibrare e raggiungere gli altri. Entrambe però cercano di illuminare qualcosa che prima era nascosto. Sono due linguaggi diversi al servizio della stessa urgenza espressiva.

Ovviamente non posso esimermi dal dirti: prima il disco o prima il libro?

In realtà sono nati in momenti diversi ma si sono trovati pronti nello stesso periodo. Le poesie hanno un tempo più immediato: arrivano, si scrivono e possono essere lette subito. Hai bisogno di un foglio, di una penna e di un braccio che interpreta i comandi della mente che genera il pensiero.Una canzone invece è un viaggio più lungo. C’è la scrittura, poi gli arrangiamenti, le registrazioni, il confronto con i musicisti, il missaggio, l’attesa. Se guardiamo la nascita materiale probabilmente alcune poesie sono arrivate prima. Se guardiamo il percorso complessivo, però, libro e disco si sono tenuti compagnia a vicenda fino alla pubblicazione. Anche in vendita, sono insieme e si possono trovare sullo shop di edizioniunderground.it.

L’immagine del treno torna tanto anche nella copertina, nelle canzoni, nelle foto. Ha senso chiederti perché?

Ha molto senso. Il treno è una delle immagini che più mi accompagnano da sempre. È movimento ma anche attesa. È partenza e ritorno. È il simbolo del viaggio, ma soprattutto del passaggio. Nessun treno resta fermo per sempre e nessuno sale sullo stesso treno nello stesso momento della vita. In questo progetto, dove si parla di eredità, di figli, di padri, di ciò che riceviamo e di ciò che lasciamo, il treno rappresenta perfettamente il passaggio del testimone. Siamo tutti viaggiatori temporanei, seduti per qualche fermata accanto a chi ci ha preceduto e a chi verrà dopo di noi.

E raccontaci del libro: quante canzoni custodisce? Quante poesie hanno trovato riparo nella musica?

Il libro contiene cinquantadue poesie più una, una per ogni settimana dell’anno. Così anche le persone pigre possono leggerne una a settimana, senza stancarsi. Sono separate ma viaggiano insieme e verso la stessa direzione come i due binari del treno, non si incontrano mai ma arrivano nella stessa città di destinazione. Non ho mai cercato di trasformare ogni poesia in una canzone o viceversa. Mi piace pensare che appartengano allo stesso bosco, ma che crescano come alberi diversi. Alcuni hanno radici che si intrecciano sottoterra, altri seguono percorsi indipendenti.

E raccontaci del disco: i suoni, gli arrangiamenti… che scelte sono state fatte?

Abbiamo cercato il suono vero degli strumenti veri prima ancora della perfezione. È una scelta che porto avanti da anni insieme ai musicisti che condividono con me questo percorso. Ci interessava conservare il respiro delle esecuzioni, lasciare spazio all’empatia e all’imprevisto. Molti brani sono stati costruiti attorno all’idea di una musica suonata e vissuta, senza eccessi di intervento tecnico. La fortuna di lavorare con persone straordinarie e con figure come Taketo Gohara ci ha permesso di trovare un equilibrio tra tradizione e contemporaneità. Gli arrangiamenti non volevano stupire a tutti i costi, ma accompagnare le storie, rispettarne il passo e il significato. Quando una canzone riesce a emozionarti senza alzare la voce, allora forse ha trovato il suo vestito giusto. Lasciami ringraziare i miei compagni di viaggio, prima che musicisti, che questo vestito lo hanno realizzato: Peppe Mangiaracina, Alessandro De Berti, Giancarlo Boccitto, Lele Boria, Matteo di Francesco, Davide Bella Brambilla, Niccolò Fornabaio, Prisca Amori, insieme al sarto Taketo Gohara.