Luca Sigismondi ha attraversato la musica cambiando più volte pelle: dalle band al progetto The Foolish Wise Man, dalla scrittura in inglese allo pseudonimo, fino ad arrivare oggi a firmare le proprie canzoni semplicemente con il suo nome. Un percorso che non sembra però fatto di continue reinvenzioni, quanto di una progressiva sottrazione di tutto ciò che poteva servire a proteggersi.
“Reimparare ad amare”, il singolo che ha inaugurato questo nuovo capitolo, è anche il primo brano in italiano di un album atteso per l’inizio del 2027. Una scelta linguistica che per Sigismondi coincide con una maggiore esposizione personale, mentre sul piano sonoro guarda alla fisicità delle registrazioni analogiche, alle atmosfere folk americane e alla tradizione cantautorale italiana. Alla produzione, insieme a Roberto Villa dello studio L’Amor Mio Non Muore, la ricerca è stata quella di un suono imperfetto ma vivo, costruito anche attraverso strumenti vintage e registrazioni in presa diretta.
In questa intervista parliamo del passaggio dall’inglese all’italiano, del significato di “Reimparare ad amare”, della scelta di un’estetica sonora lontana dalla perfezione dello streaming contemporaneo e del rapporto tra musica e imprenditoria. Ma soprattutto di cosa significa, dopo anni trascorsi dietro nomi e progetti diversi, decidere finalmente di lasciare che sia Luca a parlare.
Dal progetto The Foolish Wise Man a oggi è cambiata anche la lingua: cosa ti ha permesso di raccontare in italiano che in inglese non riuscivi, o non volevi, raccontare allo stesso modo?
“Perché non scrivi in italiano?” è la domanda che mi ha posto un collega quando gli ho fatto ascoltare uno dei primissimi brani presenti nel nuovo disco che uscirà a inizio 2027 e che inizialmente era stato pensato in lingua inglese. Questa domanda mi è ronzata in testa per un bel po’. Ho sempre scritto testi in inglese fino a questo nuovo progetto; la vedevo come una forma comunicativa più semplice e immediata, ma riflettendo meglio era anche un modo di stare più comodi ed esporsi di meno. Iniziare a scrivere nella mia lingua madre ha permesso di raccontarmi creando un legame emotivo più profondo e autentico. Mi ha dato la possibilità di esprimermi con parole naturali e senza filtri, di guardarmi dentro in maniera più intima e sincera. Credo sia stata una sfida molto interessante, un modo di affrontare le mie paure per poter crescere.
“Reimparare ad amare” parla di una relazione che non può vivere soltanto della spinta iniziale, ma deve continuamente trovare nuovi equilibri. Ti interessava raccontare l’amore proprio nel momento in cui smette di essere spontaneo e diventa anche una scelta quotidiana?
Credo che amare dovrebbe sempre essere una scelta quotidiana, qualunque sia la fase in cui ci si trova. Gli equilibri in una coppia cambiano continuamente perché sono le persone che cambiano ed evolvono, e anche il contesto in cui la coppia vive e si interrelaziona cambia ed evolve. Ci saranno sempre degli elementi esterni che interagiscono e che vanno a rompere gli equilibri. Io trovo molto interessante raccontare questo, la perseveranza e la resilienza che ci vuole nel portare avanti una relazione nella sua fase più matura, e raccontare la voglia di recuperare un po’ di quella spontaneità iniziale, “come la prima volta al mare”. Poi per quanto riguarda “Reimparare ad amare”, l’ho scritta in un periodo molto difficile della mia vita in cui elementi esterni appesantivano ed affaticavano l’amore. È una canzone che dedico a mia moglie Chiara. Siamo un po’ come due surfisti che con pazienza escono in mare e riescono ad amarsi anche quando le condizioni delle onde non sono perfette.
Per la produzione hai scelto un approccio vintage, lontano dagli standard produttivi contemporanei. Cosa cercavi esattamente in quel tipo di suono e quanto è stato importante lasciare spazio alle imperfezioni e alla fisicità degli strumenti?
Quando ho parlato per la prima volta con Roberto Villa dello studio L’Amor Mio Non Muore di Forlì, che ha prodotto insieme a me l’album, scherzando gli ho detto che volevo un disco che suonasse “male ma figo”. Sia io che lui siamo cresciuti con i dischi degli anni Sessanta e Settanta, dove c’era una pasta sonora diversa e delle piccole imperfezioni che rendevano uniche le registrazioni. L’obiettivo sin da subito è stato quello di ricercare quel tipo di suono, di atmosfera e di unicità. La base di chitarra, basso e batteria del brano infatti è stata registrata in trio con lo stesso Roberto al basso e Piero Perelli alla batteria, con l’obiettivo di avere un groove live. Inoltre io sono un grande appassionato di chitarre; credo che ogni strumento abbia una sua fisicità e nel tempo acquisisca suono ed una sua unicità. Per questo quando possibile preferisco utilizzare degli strumenti vintage. Per “Reimparare ad amare” ad esempio ho utilizzato la mia fedelissima Martin 00-18 del 1958 che mi accompagna spesso nelle registrazioni e quando voglio creare nuova musica.
Il fingerpicking e le atmosfere folk americane incontrano una scrittura molto legata alla tradizione cantautorale italiana. Quando hai iniziato a costruire questo nuovo progetto, avevi già in mente questo incontro oppure è emerso naturalmente durante la lavorazione dei brani?
Quando ho iniziato a costruire questo nuovo progetto l’obiettivo era quello di sorprendermi. C’era già molta musica scritta e alcune canzoni dell’album avevano già un testo in inglese. Per ripensare il tutto in italiano, c’è stato uno studio dietro, andando a riprendere e riascoltare autori della tradizione cantautorale italiana che avevo sempre ascoltato, ma un po’ accantonato a favore di altri ascolti. L’unico paletto che mi ero dato, in ogni caso, era quello di non snaturare l’idea di musica di fondo.
All’inizio le parole suonavano un po’ come in inglese, prendendo degli accenti strani, ma poi c’è stato un adattamento naturale. Credo che l’italiano abbia una struttura grammaticale più complessa e parole più lunghe, che richiedono una maggiore cura nel far coincidere gli accenti delle parole con quelli della musica. La cosa più interessante è che molte volte si sono creati degli incastri che mi hanno portato a modificare l’idea iniziale di melodia, creando qualcosa di inaspettato. Il risultato credo sia stato di aver mantenuto una certa “semplicità” senza risultare prevedibile.
Sei passato dalle band al progetto solista, poi a uno pseudonimo e infine al tuo nome. Quanto conta per te, oggi, eliminare progressivamente queste “maschere” e lasciare che sia semplicemente Luca a parlare attraverso le canzoni?
Conta tantissimo, perché per me rappresenta un vero e proprio percorso di liberazione e maturità, sia personale che artistica. In passato credo di essermi sempre nascosto un po’ dietro delle maschere per proteggere le mie fragilità e sentirmi più protetto. Poi io sono un po’ un diesel e ci ho messo del tempo ed un percorso lungo di riflessione personale per capire che quel bisogno di nascondermi non c’era più. Firmarmi con il mio nome significa aver fatto pace con chi sono, accettare i miei difetti e avere il coraggio di espormi al 100%. Lasciare che sia semplicemente Luca a parlare è un atto di onestà intellettuale verso me stesso e verso chi mi ascolta.
Parallelamente alla musica hai costruito un percorso imprenditoriale con Espressoh. Sono due dimensioni apparentemente molto diverse, ma entrambe richiedono di costruire qualcosa nel tempo: senti che il tuo modo di lavorare nella musica sia stato influenzato dall’esperienza maturata fuori dalla musica?
Sicuramente sì. Io ho un percorso abbastanza peculiare e il fare musica è sempre stata una valvola di sfogo creativa che mi ha accompagnato nel tempo, ma a cui ho unito interessi in ambiti diversi. Tra l’altro sono stato sempre affascinato dal concetto rinascimentale dell’uomo universale, dal non lasciarsi confinare dietro una definizione, dalla convinzione che ci sia una forte interconnessione tra discipline anche molto diverse, come possono essere l’imprenditoria e l’arte.
La verità è che oggi fare musica, soprattutto se si parla di progetti indipendenti, richiede una mentalità progettuale enorme. Lavorare fuori dal settore mi ha tolto quell’ansia del “tutto e subito” tipica dello streaming moderno, insegnandomi a trattare le mie canzoni come un percorso a lungo termine, un mattone dopo l’altro. Inoltre la filosofia alla base di Espressoh è sempre stata la semplicità, l’idea di togliere il superfluo per valorizzare l’essenziale, cosa che ritrovo molto anche nel mio modo di fare musica.


