Con “In fin dei conti”, Lorenz Castelli parte da un’esperienza personale per raccontare cosa accade quando la fiducia viene meno e un rapporto si interrompe lasciando domande senza risposta. Il nuovo singolo nasce proprio dalla necessità di dare una forma a quel disordine emotivo e trasformarlo in musica.
Al centro del brano non c’è però la ricerca di una rivalsa. La delusione diventa il punto di partenza per interrogarsi sui rapporti, sulla vulnerabilità e sulla difficoltà di trovare un equilibrio tra il desiderio di comprendere le ragioni dell’altro e la necessità di proteggere se stessi. Una riflessione che tocca anche il modo in cui oggi vengono vissute le relazioni e, soprattutto, le loro conclusioni.
Nell’intervista per il MEI, Lorenz Castelli racconta la nascita di “In fin dei conti”, il valore che attribuisce alla fiducia e all’empatia e il percorso che lo ha portato a trasformare una ferita personale in una nuova consapevolezza.
“In fin dei conti” nasce da un’esperienza personale. Qual è stato il momento in cui hai sentito il bisogno di trasformarla in una canzone?
È successo nel momento esatto in cui il rumore delle domande rimaste senza risposta è diventato assordante. Quando vivi una chiusura netta, improvvisa e senza un chiarimento, ti sale addosso una sorta di “febbre” emotiva, un malessere interiore che non passa da solo. Avevo la necessità di trovare un’uscita, un modo per canalizzare quel disagio. Per me la musica è sempre stata un bisturi emotivo: serve a incidere dove fa male, a far uscire il veleno e a trasformarlo in qualcosa di utile. In fin dei conti non nasce per lamentarsi o puntare il dito, ma dall’urgenza di rimettere ordine nel caos, di trasformare un momento negativo in una presa di coscienza e fare un passo avanti.
Nel brano la fiducia viene messa alla prova da una delusione. Cosa cambia nel modo di guardare una persona quando quel patto viene meno?
Cambia completamente la prospettiva, perché ti rendi conto che lo specchio in cui ti stavi riflettendo era distorto. Molto spesso, nei rapporti, le persone tendono a usare l’altro come uno specchio per i propri limiti o per le proprie insicurezze e, non avendo il coraggio o la forza di guardarsi dentro, finiscono per scaricarti addosso responsabilità che non ti appartengono. Quando il patto di fiducia si spezza attraverso il silenzio o la bugia, la figura che hai amato si sgretola: non vedi più la persona con cui avevi condiviso un percorso, ma un estraneo che ha preferito la fuga alla verità.
Scrivi di chi affronta i rapporti con apertura e finisce per diventare più vulnerabile. Ti è mai capitato di chiederti se valesse la pena continuare a essere così?
Certamente. Quando vieni ferito o osservi le dinamiche di oggi, la prima reazione d’istinto è quella di alzare le difese e chiedersi se abbia senso restare aperti al mondo. Viviamo in un’epoca in cui si nota un paradosso frustrante: molte persone sembrano scegliere deliberatamente il “malessere” come partner, mettendo costantemente da parte le persone “sane”, trasparenti e normali. Non è un caso che oggi tante persone emotivamente equilibrate si ritrovino single, mentre soggetti che alimentano dinamiche tossiche saltano continuamente da una relazione all’altra, quasi per inerzia. Nonostante questo, ho capito che chiudersi o incattivirsi per adattarsi a questo schema significherebbe snaturare la mia identità. L’empatia ti rende sicuramente un bersaglio più facile per chi non sa gestire i sentimenti, ma è anche l’unica risorsa che mi permette di vivere veramente e di connettermi con chi mi ascolta. Se mi tirassi indietro per paura, diventerei uno dei tanti interpreti che cantano emozioni di plastica. La vulnerabilità sana è, in fin dei conti, la nostra vera forza.
Quanto è difficile distinguere tra il desiderio di comprendere le ragioni dell’altro e la necessità di proteggere se stessi?
È una linea sottilissima e difficilissima da tracciare. Dal mio punto di vista e da quello che noto spesso confrontandomi con le persone — in particolare ascoltando la sensibilità del mondo femminile, da cui frequentemente parte la scelta o la riflessione sulla chiusura di un rapporto —, emerge una grande verità: se tutti impariamo e veniamo bombardati da modelli su come iniziare una storia e stare insieme, nessuno ci insegna davvero un “percorso per lasciarsi”.
Ci si lascia male, spesso senza una spiegazione o rifugiandosi nel tradimento. E qui si apre una voragine: la maturità non può essere solo anagrafica, deve essere soprattutto emotiva. Quando questo percorso manca, il confine tra comprensione e autodistruzione salta. Si dice sempre che “dagli errori si impara”, ma la realtà è che tantissime persone negli errori ci perseverano. Se è vero che errare è umano, continuare a ripetere lo stesso schema diventa deleterio per sé e per gli altri. Da parte mia cerco sempre di fare tesoro degli sbagli, di non ricaderci e di proteggermi maturando. Chi non sa gestire una rottura e non rispetta la vita o le scelte altrui finisce per trasformare il distacco in un’ossessione tossica. Rispondere alla mancanza di spiegazioni con l’autocoscienza è l’unico modo per proteggersi e per chiudere una porta con dignità.
Vorrei anche sfatare un mito: oggi, nel nostro contesto culturale, si parla spesso a sproposito di patriarcato per giustificare dinamiche che invece nascono da una pura ossessione possessiva. La donna non è fragile, ha totale autonomia di scelta, esattamente come l’uomo. La vera radice del male, da entrambe le parti, è l’immaturità affettiva e il mancato rispetto per la vita altrui nel momento del distacco. Se non si impara a lasciare andare, la necessità di capire l’altro diventa una prigione.
Nel brano non cerchi una rivalsa. È stata una scelta maturata durante la scrittura oppure era chiara fin dall’inizio?
È stata una scelta chiarissima fin dal primo verso. La rabbia, il rancore o la rivalsa sono energie negative che finiscono per divorare solo chi le prova. In fin dei conti vuole essere prima di tutto un messaggio di rinascita, un invito a sviluppare un punto di vista proattivo e positivo di fronte alle difficoltà della vita. Il pop-rock che suono ha bisogno di energia pulita, di spinta verso il futuro. Trasformare una ferita in consapevolezza è la vittoria più grande che si possa ottenere, molto più forte di qualsiasi vendetta.
Dopo aver scritto “In fin dei conti”, il tuo modo di vivere la fiducia è cambiato?
È diventato più maturo. Non ho perso la fiducia nel prossimo né la voglia di mettermi in gioco, ma oggi le accompagno con una maggiore lucidità. Ho capito che le delusioni fanno parte del percorso di crescita di ognuno di noi, ma la differenza la fa come decidi di reagire: puoi scegliere di rimanere vittima del veleno o puoi decidere di trasformarlo in luce, in musica e in una nuova forza personale.


