Mettersi a nudo al debutto non è mai una scelta banale, specialmente in un panorama musicale spesso dominato dall’apparenza. Con il suo singolo d’esordio “Hold Me”, il giovane cantautore L!O sceglie la via più coraggiosa e autentica: quella della fragilità. Cresciuto al pianoforte e profondamente influenzato dalle atmosfere del pop internazionale contemporaneo, l’artista traduce in note la vertigine dell’assenza, il rimpianto delle parole non dette e il bisogno primordiale di essere stretti e compresi. In questa intervista per MEI Web, L!O ci apre le porte del suo universo creativo, raccontandoci il passaggio dalla dimensione protetta della propria stanza alla condivisione pubblica, la costante ricerca di un’identità sonora riconoscibile e la visione che guiderà il suo cammino verso il primo progetto discografico.
- “Hold Me” racconta quella sensazione lacerante di rendersi conto del valore di una persona soltanto quando si allontana. Spesso chi scrive musica ha un momento esatto in cui sente il bisogno viscerale di mettere le mani sui tasti del pianoforte per dare ordine al caos interiore. C’è stato un istante preciso o una frase non detta che ha fatto scattare la scintilla per questo pezzo?
Il brano Hold Me non nasce particolarmente da un momento preciso della storia che viene raccontata, quindi da una possibile nascita di una relazione o di una storia, ma nasce da un vissuto più lungo. Nasce da un percorso attraverso il quale ho compreso che, se così si può dire, a volte amare significa anche provare ad accettare che qualcuno si allontani, nonostante magari noi vorremmo che quella persona rimanesse con noi e ci stringesse, proprio come dice il brano.
Non sono solito avere idee per le canzoni in maniera diretta e immediata, subito dopo un evento o un momento preciso, perché credo che, per avere un contenuto autentico e realmente condivisibile, qualcosa in cui anche gli altri possano rispecchiarsi, una canzone debba essere il più reale e sincera possibile.
Per questo, generalmente, le mie canzoni parlano d’amore partendo da un mio percorso di vita o da un’esperienza personale. E, se posso permettermi di prendere in prestito le parole di una delle figure più iconiche e autorevoli della storia della musica, Freddie Mercury diceva: “My songs are all under the label ‘emotion’, because I have gone through all that, so I’m encompassing… I’m gathering back research, which is my own and then putting them into songs.”
Credo che questa frase rappresenti molto bene anche il mio modo di scrivere: le canzoni nascono da quello che vivo, dalle emozioni che attraverso e dalle esperienze che raccolgo nel mio percorso. È come se mettessi insieme tutto questo, lo elaborassi dentro di me e poi lo trasformassi in musica. Ed è proprio attraverso questa dimensione personale che cerco di arrivare a qualcosa che possa essere universale e permettere anche agli altri di riconoscersi in quello che canto.
- Nel brano citi il verso chiave “All I want is you to hold me”, che suona come una richiesta di soccorso tanto semplice quanto disarmante. Nel pop odierno non è sempre scontato mostrarsi così vulnerabili e disposti ad ammettere il proprio senso di smarrimento. Quanto è stato difficile per te spogliarti di ogni difesa e cantare apertamente il bisogno di essere stretto e perdonato?
Devo dire che, per me, la musica è sempre stata quel luogo in cui riuscire a ritrovare, nelle parole, nei vissuti e nelle storie degli altri, un po’ di me stesso e della mia storia. Attraverso la musica degli altri sono sempre riuscito a sentirmi compreso e, in qualche modo, anche aiutato a non sentirmi solo.
Nella vita, in generale, non sono una persona che ama parlare apertamente di sé o di ciò che ha dentro con gli altri. Proprio per questo ho trovato nella musica un modo per realizzare un grande sogno: fare in modo che le persone possano trovare in me, nella mia musica e nella mia storia, un po’ della loro, così da sentirsi comprese e, magari, anche un po’ più felici, proprio come la musica ha sempre fatto con me.
Non è stato facile decidere di mettere davvero tutto me stesso e tutta la mia esperienza dentro una canzone, ma ho pensato che fosse l’unico modo per fare in modo che qualcuno, ascoltandomi, potesse ritrovare un po’ di sé. Per riuscirci nel modo più sincero possibile, ho scelto anche, a volte, di mettermi un po’ “a nudo”, mostrando anche la mia parte più fragile. Ed è proprio questo che credo emerga nel verso “All I want is you to hold me”: una frase molto semplice, ma allo stesso tempo estremamente vulnerabile, perché esprime il desiderio di sentirsi accolti, compresi e stretti a qualcuno.
- Il pianoforte è il tuo strumento principale, il filo conduttore attraverso cui traduci le tue emozioni in note. Quando componi, lo vivi più come uno scudo dietro cui proteggerti o come una lente d’ingrandimento che amplifica senza filtri ciò che provi?
Tutta la mia storia parte proprio da un pianoforte. È l’unico oggetto che, fin da subito, è riuscito a farmi viaggiare: è stato in grado di prendermi e farmi volare con l’immaginazione e, soprattutto, con le emozioni.
La musica è da sempre una delle pochissime cose in grado di emozionarmi davvero, e in particolare lo è quella musica più scarna, priva di tanti elementi e sovrastrutture. Amo quelle canzoni che, pur avendo grandi sonorità elettroniche e produzioni molto elaborate, una volta spogliate di tutto rimangono comunque vive e piene di anima, forse addirittura più di quanto lo siano nella loro forma completa.
Amo le canzoni che hanno alla base due cose apparentemente semplici, ma in realtà molto complesse da raggiungere: un’idea e uno strumento che permetta di trasformarla in musica.
Il pianoforte, per me, è effettivamente una sorta di enorme lente di ingrandimento, capace di amplificare le mie emozioni e di trasformarle in musica. Il mio grande sogno è proprio quello di riuscire a mantenere sempre questa radice, quella che io definisco “musica vera”: una musica che, anche quando è scarna e priva di troppi fronzoli, abbia al suo interno fondamenta solide e studiate dal punto di vista melodico, armonico e della scrittura.
Credo che sia proprio da queste fondamenta che possa nascere qualcosa di realmente autentico: un contenuto in cui qualcuno possa ritrovarsi, riconoscere una parte di sé e, magari, provare un’emozione vera.
- Nel tuo modo di fare cantautorato si percepisce una forte influenza del pop internazionale contemporaneo, con richiami a mondi come quelli di Sam Smith o Justin Bieber. Come riesci a far dialogare questa matrice sonora d’Oltremanica con l’introspezione e l’intimità del tuo vissuto personale?
Nel mio modo di fare musica, che si ispira a un genere pop internazionale e a grandi artisti come Justin Bieber, Sam Smith e tanti altri, credo che sia proprio qui che si nasconda la vera sfida del mio progetto.
La grande sfida del mio futuro percorso musicale sarà cercare di far combaciare sonorità pop internazionali e moderne, che possano valorizzare e rendere giustizia alla mia voce e al mio modo di cantare, con un contenuto che sia però molto più intimo, personale e legato al mio vissuto.
Attraverso le mie canzoni sto cercando di costruire un suono e delle sonorità che possano diventare specifiche e riconoscibili. La voce, generalmente, è uno degli elementi che più caratterizza un cantante, ma è anche uno strumento che, nel mio caso, è ancora in fase di sviluppo e quindi inevitabilmente soggetto a cambiamenti e trasformazioni.
Per questo sento l’esigenza di lavorare anche insieme ad altri compositori e professionisti che possano aiutarmi a trovare una mia identità sonora, qualcosa che possa diventare nel tempo un vero e proprio segno distintivo. Vorrei arrivare a un suono riconoscibile, con sonorità leggere, moderne e dal taglio pop, ma che abbiano alla base contenuti più personali, intimi e profondamente legati a ciò che sono e a ciò che vivo.
Ed è proprio questa la sfida che ci siamo posti e che stiamo cercando di affrontare con questo progetto: riuscire a unire un suono pop moderno e internazionale con qualcosa che sia realmente mio, che racconti la mia storia e il mio modo di vivere le emozioni. Spero davvero che, almeno in parte, ci siamo riusciti già con Hold Me, il mio primo brano inedito, e che questo sia soltanto l’inizio di un percorso nel quale riusciremo a farlo sempre di più anche con tutti i brani che verranno.
- Sui tuoi canali social ti sei fatto conoscere passo dopo passo, partendo dalle cover fino a svelare il dietro le quinte del tuo percorso creativo. Ora che esce il tuo primo brano inedito, che effetto fa passare dal cantare le emozioni scritte da altri all’affidare al pubblico una parte così intima della tua stessa storia?
Non è stato facile, devo dire, scegliere di mostrarmi attraverso ciò che amo realmente, cioè la musica. Soprattutto perché, fino a prima di intraprendere questo percorso, ho sempre fatto musica e cantato esclusivamente per me, semplicemente perché mi faceva stare bene.
Decidere invece di provare a far vivere a qualcun altro ciò che la musica aveva fatto e continuava a fare con me non è stato un passaggio semplice, ma è stato necessario per comprendere quello che, secondo me, è il vero valore della musica: la condivisione con l’altro, la condivisione di storie, di esperienze e di emozioni.
Per compiere questo passo ho scelto di partire proprio da ciò che avevo sempre cantato e che mi aveva sempre ispirato, cercando spesso di interpretare anche canzoni molto conosciute e di dare loro un mio tocco personale, cercando allo stesso tempo di non snaturarle.
Questo passaggio è stato importante per arrivare a quello che considero il vero obiettivo del mio percorso e che spero di riuscire a raggiungere sempre di più: affidare me stesso, la mia storia e la mia musica al pubblico, affinché chi mi ascolta possa, a sua volta, ritrovare qualcosa di sé nelle mie canzoni e sentirsi rappresentato e compreso attraverso quello che canto.
- Nelle tue parole hai detto di sperare che ognuno possa ritrovare in “Hold Me” un pezzo della propria vita. Quando una canzone così personale viene pubblicata, smette di appartenere a te e diventa di chi l’ascolta. Qual è il sentimento prevalente in questo momento: il pudore di mostrarsi o la liberazione di non essere più l’unico a custodire quel ricordo?
Rendere pubblica una canzone credo sia un insieme di tantissime emozioni differenti, e a volte anche contrastanti tra loro. Condividere la propria musica è, secondo me, uno dei motivi per cui la musica stessa deve esistere e anche una delle ragioni per cui tantissimi artisti, come me, decidono di iniziare un percorso.
Allo stesso tempo, però, diventa una scelta importante davanti alla quale ci si trova: scegliere di mostrare tutto se stessi, senza filtri, agli altri e accettare quindi anche la possibilità di essere giudicati, oppure tenere per sé quella musica che hai creato, magari proprio per paura di mostrarti?
Non è una scelta facile, anzi. È qualcosa di molto grande davanti a cui ci si trova e che, secondo me, rappresenta uno degli ostacoli che necessariamente bisogna superare. Perché, come dicevo prima, è proprio attraverso la condivisione che si può comprendere il reale significato della musica: la possibilità di metterla nelle mani di qualcun altro e, attraverso di essa, sentirsi parte di qualcosa insieme agli altri, nonostante le distanze e tutto ciò che può dividere le persone.
La musica, in fondo, è riuscita a fare questo anche nei momenti più difficili della storia. Persino guerre, tragedie e momenti di grande sofferenza hanno dato vita a musiche e canzoni che ancora oggi rimangono simboli di quei momenti, ma anche della forza che le persone hanno trovato nonostante ciò che stavano vivendo.
In poche parole, devo dire che vedere una tua canzone, che per tanto tempo hai cantato soltanto nella tua camera, diventare qualcosa anche di qualcun altro è un’emozione difficile da spiegare. Nonostante possa essere stato difficile arrivare a quel momento, è esattamente quello che desideravo: che qualcosa che nasceva soltanto dentro di me potesse uscire da quella stanza e diventare anche degli altri. Ed è quello che spero possa continuare a succedere con tutta la musica che verrà.
- Questo singolo è il tuo biglietto da visita ufficiale e il primo tassello verso un progetto discografico più ampio previsto per il 2027. Se dovessi descrivere con tre parole l’impronta o il viaggio che intendi far compiere a chi sceglierà di seguirti da qui in avanti, quali sceglieresti?
Il viaggio che proveremo a fare con la mia musica sarà :
SEMPLICE perché la musica che proponiamo vuole nella sua semplicità, che è tipica di tutto ciò che è “pop” nel senso di “popolare “ , raccontare ciò che i ragazzi della mia generazione vivono nel mondo odierno.
LEGGERO perché, come dice Ivano Fossati” è tutta musica leggera, ma come vedi la dobbiamo imparare”
La musica deve rincominciare a dimenticarsi del suo ruolo commerciale che ne ha preso il sopravvento negli ultimi anni, e a tornare invece ad essere espressione libera della bellezza del realizzarla, performarla e suonarla insieme, cosa che ultimamente si sta perdendo a causa di tutti gli sviluppi tecnologici che ne stanno trasformando il gesto creativo ed esecutivo.
INTENSO perché le canzoni racconteranno di sentimenti con sfumature originali nel linguaggio dei testi e con il tentativo di personalizzare la modalità di canto e di costruire il mondo sonoro che le contraddistingue


