Di John Strada si riempiono magazine e pubblicazioni. Basti pensare che siamo al nono disco di inediti e questa volta anche in vinile, uscito per la splendida realtà de Il Crinale di Antonio Gramentieri che ne firma anche la direzione artistica. Si intitola “Basta crederci un po’” questo lavoro dentro cui svetta il singolo “Girasoli” ampiamente presentato in rete anche per il tema trattato, una delicatissima e rispettosa fotografia alla tragedia di Federico Aldrovandi accaduta proprio nel territorio di Ferrara 20 anni fa. E tutto il disco di Strada parla di vita, di bellezza, di semplicità… sfoggiando forse per la prima volta un sapore noir da cantautore rock, di belle sensazioni southern e quel colore autunnale un po’ ovunque. Per gonfiare le vene di un viaggio e per raccogliere qualche nostalgia lungo il cammino di questo tempo. Forse il disco più ispirato di john Strada…
Emilia… terra di rocker… di Ligabue e di coroner, di Liscio e di folk. Inevitabili i rimandi quando ti si ascolta… come ci convivi? Voglio essere subito provocatorio…
Adesso ci convivo bene ma il confronto con Ligabue mi ha creato molti mal di pancia in passato. Io avevo 20 anni, scrivevo canzoni e stavo cercando un contratto discografico. Allora gli unici Rocker in Italia erano Vasco e Zucchero. Alcune Etichette mi davano un buon feedback, poi è uscito Ligabue e tutte le porte che si stavano aprendo si sono chiuse. Per le case discografiche gli spazi del rock italiano erano saturi. E’ stata dura per un giovane cantautore accettare tutto ciò. Negli anni me ne sono fatto una ragione e ho continuato per la mia strada, una strada secondaria, una backstreet, meno illuminata ma che va nella direzione in cui volevo andare.
E in qualche misura la terra, la provincia, le nostre strade… la bassa… tutto questo ha contribuito al suono di John Strada?
Moltissimo. Ho sempre cantato la provincia, le storie di campagna. A dire il vero, anche l’invasione culturale americana del dopo guerra ha influito tanto sulla mia musica, soprattutto nei primi dischi, poi mi sono guardato dentro e ho recuperato le mie radici.
L’America? Che cosa rubi dal paese più rock del mondo?
Gli Stati Uniti hanno inventato il rock. Nei primissimi anni era un urlo di libertà in contrasto con il pensiero omologato degli anni ’50. Era l’affermazione di un nuovo corso della storia era pura adrenalina adolescenziale. In seguito è stato omologato e stritolato dallo Showbiz ed è diventato solo una forma di intrattenimento. Ecco, io cerco di rubare l’essenza del primo rock, quell’urlo di libertà che continua a farsi sentire nonostante tutto.
Guarda “Girasoli” su YouTube
Insegnate di scuola… questo ci dice una voce fuori campo: alle nuove generazioni, la musica di John Strada cosa racconta? Come a dire: è davvero impossibile dialogare con il futuro senza synth e macchine digitali?
Il Synth e le macchine digitali, i social, l’AI sono strumenti meravigliosi ma devono essere utilizzati nel modo giusto. Dobbiamo essere in grado di usarli e non di farci usare da loro. I miei studenti sono incuriositi dalla mia musica, spesso mi citano alcune delle mie canzoni e mi fa molto piacere. Io racconto delle storie e alcune arrivano anche ai più giovani, loro hanno i canali della sensibilità aperti, freschi e non otturati dagli atteggiamenti cinici di molti adulti.
E in qualche modo lo racconti in “Amore social”: rincorriamo le nuove normalità. Tu come ti ci rapporti?
Amore Social parla dei nuovi mezzi di comunicazione usati in modo sbagliato. Il protagonista di questa canzone ripone le proprie speranze in una persona che non conosce, forse non esiste nemmeno ma per qualche settimana gli da la speranza di una nuova vita, ma il prezzo da pagare è altissimo. Purtroppo molte persone cadono nella rete degli approfittatori di solitudine e di debolezze personali. Tutto ciò fa parte della società in cui viviamo, il nuovo che avanza
“La vita và”: davvero un ricamo di grande scuola classica… e da qui ti chiedo: le radici di John Strada? Che qui sembra che si torni indietro all’America degli anni ’60…
“La vita va” parla di quelli che chiamiamo NEET, ragazzi che hanno rinunciato ad avere una vita propria e si creano un’esistenza parallela svolta principalmente al computer. La musica è molto scarna con suoni di chitarra e di synth che la rendono divertente, il testo è paradossale, ironico e spesso sarcastico. A primo ascolto sembra una canzone leggera ma se lo si ascolta bene, “La vita non va.”
Ascolta “Basta crederci un po’” su Spotify
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