Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato sono una coppia artistica e sentimentale. A dicembre hanno pubblicato Decalogo dell’Amore, il loro primo album congiunto: undici brani che raccontano l’amore adulto attraverso il tempo, la quotidianità e le sue contraddizioni. Il disco procede per lentezza e misura, alternando intimità e ironia, parole che restano e arrangiamenti che accompagnano senza invadere. Da lì nasce una conversazione sul modo di scrivere canzoni oggi, sul rapporto tra testo e musica e su cosa significhi, davvero, raccontare una durata invece di un momento.
In diversi brani si ha la sensazione che le canzoni non “partano” subito, ma prendano tempo, come se dovessero trovare il passo giusto. È una scelta consapevole o è semplicemente il vostro modo naturale di scrivere?
È una scelta, ma anche il nostro modo naturale di percepire queste canzoni. Ci interessava un impianto quasi cinematografico: la camera che entra piano in una stanza, i dettagli che si mettono a fuoco, il respiro prima della battuta. Non ci serviva lo scoppio iniziale, l’effetto speciale — ci serviva il passo giusto, quello che ti porta dentro senza strattonarti. La lentezza, nello scrivere, per noi non è un lusso: è una forma di precisione. Se parti subito, rischi di dire qualcosa “di pronto”. Se prendi tempo, magari riesci a dire qualcosa di vero. E poi, diciamolo: l’amore adulto raramente comincia con una fanfara… spesso comincia con una tazza lasciata lì, un silenzio, una frase che si prepara. Le canzoni, in fondo, fanno lo stesso.
Ascoltando il disco viene da pensare che alcune frasi siano rimaste perché erano vere, non perché suonavano bene. Ci sono versi che avete tenuto proprio perché un po’ scomodi, o poco “cantabili”?
Ovvio. A volte abbiamo forzato la metrica apposta, perché volevamo quelle parole esatte. Oggi sembra che le parole debbano essere corte, brillanti, ad effetto — come se il senso fosse un optional, purché “funzioni” in cinque secondi. A noi non interessava. Le parole, se le prendi sul serio, pesano. E se pesano, ogni tanto fanno attrito: inciampano, graffiano, non si lasciano cantare in modo comodo. Mi viene in mente Bob Dylan in Po’ Boy, quando riesce a infilare dentro una strofa cortissima un piccolo teatro comico e assurdo (Knockin’ on the door, I say, “Who is it and where are you from?” Man says, “Freddy!” I say, “Freddy who?” He says, “Freddy or not here I come”): ecco, noi lo amiamo per quella libertà lì. Per il coraggio di tenere una frase perché è giusta, anche se non è elegante, anche se non è “a tempo” nel senso da manuale. Nel nostro piccolo, abbiamo cercato lo stesso: non la parola che suona meglio, ma quella che resta addosso.
In Gossip e Bombay sembra che l’ironia serva più a prendere distanza che a far sorridere. Quanto vi interessa usare l’ironia come strumento di difesa, più che come colore leggero?
Molto. Perché l’ironia non è un fiocco: è un dispositivo di sopravvivenza. In Gossip c’è quell’ironia più evidente, quasi da sorriso obliquo: serve a prendere distanza dal chiacchiericcio, dalla caricatura sociale, dal rumore di fondo che ti vuole sempre “dentro” qualcosa. Bombay, invece, è più a denti stretti: lì l’ironia non fa la simpatica, fa la guardia. È il modo di dire una cosa amara senza trasformarla in predica o in lamento. E poi, se posso dirla “alla Conte”: l’ironia è educazione. Ti impedisce di salire in cattedra, ti costringe a sporcarti le mani con la tua stessa fragilità. È un modo di dire: “sto parlando anche di me, non solo del mondo”. E questo, per noi, è fondamentale.
Nel disco il tempo è un elemento costante: attese, ripetizioni, giorni che si assomigliano. Vi sembra che l’amore adulto abbia soprattutto a che fare con il ritmo, più che con l’intensità?
Sì. L’intensità è facile da ricordare perché fa scena; il ritmo è più difficile perché non si vede, ma regge tutto. L’amore adulto ha a che fare con la costanza, con la quotidianità, con l’arte di tornare — e con quella cosa meno romantica e più concreta che è la cura. L’intensità può stare anche nei gesti piccoli, solo che ce ne dimentichiamo. A volte vale più un aiuto in casa, o alleggerire il carico mentale dell’altra o dell’altro, che un mazzo di fiori comprato con slancio e poi lasciato appassire sul tavolo. In fondo è un Decalogo non scritto: non “dimostrare”, ma sostenere. Non fare il picco, tenere il tempo.
Ci sono canzoni che oggi, riascoltandole, vi sembrano dire qualcosa di diverso rispetto a quando le avete scritte? Non perché siano cambiate, ma perché siete cambiati voi?
No, e questa cosa ci sorprende in modo piacevole. Di solito col tempo uno si accorge di aver esagerato, o di aver recitato. Qui invece ci sembra che le canzoni siano rimaste dove le avevamo messe: non perché siano immobili, ma perché erano già nate da un luogo reale, da un tempo reale. Se proprio dobbiamo dirla con un sorriso: magari siamo cambiati noi, ma non abbastanza da smentire quello che avevamo scritto. E questo, per una coppia e per un disco, non è una brutta notizia.
Se Decalogo dell’Amore fosse ascoltato tra dieci anni, cosa sperate che resti più forte: le storie raccontate o il modo in cui sono state raccontate?
Entrambi, ma in modo diverso: le storie sono le scarpe, il modo è il passo. Le storie, col tempo, diventano di chi ascolta: ognuno ci mette le proprie cucine, i propri treni, i propri silenzi. Il modo, invece, è ciò che resta come impronta: la misura, la lentezza, il non voler convincere, ma stare accanto. Se tra dieci anni qualcuno sentirà ancora questa combinazione un po’ rara — ironia e tenerezza, quotidiano e profondità, scena e vita — allora vorrà dire che non abbiamo solo raccontato delle storie: abbiamo lasciato una postura.
E una postura, quando è onesta, invecchia meglio di qualsiasi slogan.
Ascolta il disco: https://distrokid.com/hyperfollow/emanuelemarchioriandchiarapomiato/decalogo-dellamore


