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Il brano che dà il titolo all’album occupa una posizione particolare. The Impossible Escape arriva dopo cinque tracce nelle quali i Venus Ship hanno già attraversato funk, jazz, rock, hip hop e suggestioni cinematografiche. A quel punto il titolo non appare soltanto come il nome di una canzone, ma come la chiave interpretativa dell’intero progetto.

La fuga “impossibile” non viene tradotta in un finale semplicemente risolutivo. Anche musicalmente il disco non sembra cercare una conclusione rassicurante: la tensione resta parte integrante dell’identità sonora. È una scelta coerente con l’idea espressa dalla band, secondo cui conflitti sociali, violenze del passato e contraddizioni del presente continuano a produrre conseguenze.

Il brano conclusivo assume quindi il compito di raccogliere le diverse anime ascoltate prima. Il groove rimane centrale, mentre la dimensione orchestrale e cinematografica contribuisce a dare alla chiusura un senso di percorso compiuto. Dopo la varietà dei brani precedenti, l’ascoltatore arriva alla fine con la percezione di avere attraversato un unico universo sonoro.

È questo forse il paradosso più interessante di Impossible Escape: un album che parla di conflitto riesce a essere coerente proprio grazie alle proprie contraddizioni. Rock e jazz, funk e hip hop, memoria e contemporaneità, musica da strada e scrittura orchestrale non vengono costretti a trovare un compromesso.

Restano in tensione.

 

E proprio quella tensione diventa il tratto distintivo dei Venus Ship. The Impossible Escape non promette una via d’uscita semplice, ma chiude il disco lasciando aperta la ricerca. In un progetto che considera la musica uno strumento di resistenza, forse è questa la conclusione più coerente: non smettere di cercare un’altra strada.