La musica sa essere uno specchio crudele e onesto della realtà. Ne Il Socio Unico, questa visione prende forma attraverso un sound diretto e tagliente, che racconta storie di decadenza, consapevolezza e resistenza. Il nuovo brano della band ci porta in un regno che crolla, dove il protagonista, un re apparentemente fallito, si aggrappa alla propria identità con ostinazione, trasformando la disfatta in una dichiarazione di stile di vita. Ma cosa significa davvero “essere re” oggi? E come si trasforma un concetto tanto potente in musica? Lo scopriamo in questa intervista esclusiva per Il Mei Web.
Nel brano il protagonista è un re che si aggrappa alla sua identità nonostante tutto vada in rovina. C’è un’esperienza personale o una storia reale che ha ispirato questa metafora?
Vorrei poterti dire di no, ma mentirei! Quindi devo dire di sì per correttezza d’informazione, ma non posso dirti altro. Mi è piaciuta, osservandola dall’esterno, la visione che questa storia ci mostra. Per questo abbiamo voluto metterla in musica. Vivere in uno stato di totale menefreghismo mentre tutto crolla e, nonostante ciò, essere sereni è un atteggiamento per certi versi invidiabile. Tutti noi probabilmente vorremmo avere questa leggerezza!
“Un fallito può diventare un re”: secondo voi, oggi, cosa significa davvero “essere re”? Conta di più la percezione di sé o il riconoscimento degli altri?
Da sempre l’essere umano ha voluto “mostrare”. Ma a chi? Secondo noi innanzitutto a se stessi, per poi proiettarlo agli altri. Quindi il riconoscimento esterno è uno riflesso della percezione di sé. “Essere re” è uno stato d’animo.
La canzone ha un’anima cruda e diretta, quasi uno “schiaffo” come lo definite voi. Come avete lavorato sul sound e sulla produzione per trasmettere questa energia?
Di getto! Le strofe sono delle riflessioni, i ritornelli sono le conclusioni che ne trai. Il sound è una conseguenza delle emozioni che ci hanno suscitato le parole. Sebbene testo e musica siano nate insieme, sono il frutto di un’emozione unica.
Il re di cui cantate è illogico e irrazionale, ma conserva una sorta di dignità interiore. È più una figura tragica o un simbolo di resistenza?
Lo definiamo un simbolo di resistenza. Una questione di stile di vita difficile da imparare se non ci sei nato, per certi versi una condizione ottimale per quanto lontana dalla nostra visione. Un modo di vivere semplice, consapevole del fatto che non c’è niente “Né i contratti né i problemi che ti fai”. Difficile da capire per chi non è così.