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Quando alla fine degli anni Settanta il punk e la new wave arrivarono in Italia, furono accolti con molta sufficienza, superficialità e un atteggiamento genericamente irrisorio. Eppure i talenti non mancavano: dai Krisma di Maurizio Arcieri e Cristina Moser, veri e geniali precursori nostrani, a Skiantos, Gaznevada, Confusional Quartet, i Decibel di Enrico Ruggeri, le Clito, Il Great Complotto, i Tampax e gli Hitler SS di Pordenone, i milanesi Gags. Ma eravamo ancora a livello di estrema nicchia.

Nei primi anni Ottanta centinaia, poi migliaia, di ragazze e ragazze incominciarono a identificarsi in quella filosofia, etica, estetica e formarono gruppi, incisero cassette e dischi. Nacque una vera e propria “scena italiana” che si divise, genericamente, in due grandi filoni: da una parte la dimensione più “esistenziale” e oscura che si rifaceva alla new wave di Joy Division, Cure, Bauhaus, dall’altra quella più estrema dell’hardcore punk, violenta, veloce, politicizzata. Le sfumature erano rare, ma a un certo punto sfociarono in una nuova dimensione artistica: anche in questo caso un numero sempre più ampio di appassionati incominciarono a guardare al passato (ai tempi non tanto remoto, si trattava di vent’anni, anche meno) degli anni Sessanta. Beat, garage rock, psichedelia, folk rock. Ma pure gruppi contemporanei a loro, come gli inglesi del giro mod, guidati dai Jam, ma anche Barracudas e Prisoners e americani, come Flamin’ Groovies, Fuzztones, Unclaimed, Fleshtones, oltre al giro del cosiddetto “Paisley Underground” californiano, i Dream Syndicate in testa, presero a mischiare l’irruenza del punk con le melodie di Beatles, Stones, Who, Kinks.

Guardando spesso anche a gruppi oscuri e dimenticati come ad esempio i Sonics, band americana, sciolta da tempo, che rimase a bocca aperta quando furono informati che in Inghilterra c’erano negozi che vendevano i loro dischi originali a prezzi astronomici e una generazione di giovani si vestiva come loro e portava maglietta con il nome della band, stampata abusivamente. Un’ondata che arrivò anche in Italia. Chi era stanco dell’oscurità new wave o della pesantezza politica e dell’abrasione sonora dell’hardcore, trovò un nuovo aggancio in questi suoni e in un’estetica più leggera e colorata.

E’ imbarazzante auto incensarsi, ma tra i primissimi ci fu un gruppo di Piacenza di cui facevo e faccio parte, i Not Moving, che già dal 1981 mischiarono punk e new wave, ma anche psichedelia, blues, rock ‘n’ roll e surf e successivamente aggiunsero ulteriori influenze a personalizzare il tutto. Poi e contemporaneamente arrivarono decine di altre band come, in ordine sparso, Sick Rose da Torino, Effervescent Elephants da Vercelli, i milanesi Four By Art, partiti dal mod e soul e approdati a suoni psichedelici, i piemontesi Out Of Time che guardavano ai Byrds, i sardi Joe Perrino & the Mellowtones, Avvoltoi, Sciacalli e Barbieri che recuperavano i suoni del beat italiano dei Sessanta (tanto disprezzato dalla critica saccente che lo definì ironicamente “Bitt”), i Boohoos che guardavano a New York Dolls e Stooges.

Pubblicarono tutti un sacco di bellissimi dischi, infiammarono le platee, sempre più numerose, diedero ispirazione, nel 1995, al Festival Beat, le cui prime edizioni si svolsero in Val Tidone, tuttora vivo e vegeto in quel di Salsomaggiore. L’elenco dei gruppi potrebbe proseguire per pagine e pagine. Quasi nessuno ebbe successo o notorietà, in buona parte si sciolsero, alcuni si sono riformati e proseguono, vari membri delle band hanno scelto la musica come professione. Questa storia, ormai dimenticata, rivive nella ristampa del libro del giornalista Roberto Calabrò “Eighties Colours. Garage beat e psichedelia nell’Italia degi anni Ottanta” per Odoya Edizioni che ne racconta tutta l’epopea. Una delle tante che ha colorato la sempre più grigia penisola e che merita di essere riscoperta e apprezzata.

FONTE: I colorati anni Ottanta: i gruppi che rigenerarono la musica underground italiana – piacenzasera.it