Se la scena italiana cerca ancora voci che sappiano raccontare il disastro senza edulcorarlo, gli Heute Nebel meritano ascolto.
Con Vino – Sangue – Santità, la band ferrarese costruisce un concept viscerale e claustrofobico, dove ogni canzone è una cicatrice aperta.
Non c’è spazio per illusioni: Onore ai topi è un canto di morte che celebra la fedeltà agli ideali; Questa non è vita si muove tra chitarre scheggiate e una voce che sembra voler strappare la pelle a morsi.
Gli Heute Nebel non cercano melodie facili né metafore accomodanti. La loro è una scrittura scarna, dove il suono diventa materia grezza, pesante come macerie.
Vino – Sangue – Santità è uno di quei dischi che ti sporca, ti costringe a fare i conti con le tue zone più buie. Non ti dà una via d’uscita, ma ti ricorda che sanguinare è ancora un atto di vita.
Avete dichiarato che ogni nota di “Vino – Sangue – Santità” è stata pensata per non risultare superflua: come si costruisce un sound così essenziale?
Devo dire che è un processo molto naturale… i brani per questo progetto ci “escono” così! Probabilmente ha a che fare con il senso di urgenza espressiva che ci sta alla base: gli Heute Nebel sono nati con l’intento di essere una band di pancia e di sfogo sia musicalmente che a livello testuale e la musica dev’essere senza fronzoli per veicolare al meglio questo intento.
Qual è stata la parte più difficile del processo creativo nel togliere anziché aggiungere?
In realtà non c’è stato un “togliere”, anzi… Abbiamo sempre fatto pezzi molto “concisi” anche nelle prime autoproduzioni. I nostri brani devono essere degli schiaffi e uno schiaffo è veloce e imprevedibile. Ma non c’è nulla di artefatto in questo: in questo momento è la nostra modalità espressiva più naturale.
In un panorama musicale spesso saturo, credete che la sottrazione possa essere un atto rivoluzionario?
Tutt’altro in realtà… involontariamente va incontro alla tendenza attuale dell’ascoltatore medio che è la scarsa capacità di prestare attenzione per tanto tempo. Pochissimi si ascoltano dischi interi con attenzione e questo può andare a nostro favore ma, ripeto, non lo abbiamo fatto per questo. Al contrario, è un atto rivoluzionario scrivere testi poco immediati in italiano… l’attenzione potrà durare poco tempo ma ci aspettiamo che in quel lasso di tempo sia alta!
Ci piacerebbe che alla fine dell’album l’ascoltatore resti con la voglia di ascoltarne ancora piuttosto che arrivi esausto in fondo.
Come vi siete approcciati agli arrangiamenti: partite dall’urgenza del testo o da una struttura musicale?
A parte due casi (Rogo e Onore ai topi) è nata sempre prima la musica dei testi e in seguito mi metto (Lorenzo, bassista) a scrivere le parole lasciandomi ispirare dalle atmosfere che la musica suggerisce e dagli appunti sparsi che lascio in giro.
Invece, nei due casi sopra citati, avevo in mente l’argomento da trattare ed ho iniziato a scrivere il testo con la chitarra in mano e facendo procedere di pari passo musica e parole.
Qual è il brano che meglio rappresenta la vostra filosofia sonora e perché?
Forse Macabra Danza: Perchè è un pezzo con sezioni diverse (e questa non linearità ci piace molto) ed è nato da un riff casalingo poi sviluppato e ampliato in sala prove con la collaborazione di tutt* i componenti. Al momento queste due caratteristiche (non linearità e sviluppo collettivo di riff individuali) sono un po’ la nostra cifra stilistica…