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C’è una dimensione che sfugge alla velocità del presente, uno spazio sospeso dove il tempo rallenta e l’ascolto diventa profondità. Con “Strumenti dell’Indugio”, Glomarì costruisce proprio questo: un luogo simbolico e sonoro in cui fermarsi, osservare e attraversare sé stessi.

Un disco che intreccia folk, elettronica e visioni, trasformando la musica in un vero e proprio Teatro dell’Anima, dove paure, sogni e immagini interiori prendono forma.

Ne abbiamo parlato con Glomarì, tra simboli, architetture interiori e il valore dell’indugiare.


Intervista

“Strumenti dell’Indugio” nasce come un “Teatro dell’Anima”: come è nato questo spazio simbolico e cosa rappresenta per te?

Innanzitutto non credo sia uno spazio che nasce, ma uno spazio che esiste: è dentro ognuno di noi. Spesso però ne ignoriamo l’esistenza, viviamo senza cercarne le chiavi.

Le chiavi si trovano coltivando lo sguardo, lo stupore, i propri talenti, l’amore per il bello, l’ironia, leggendo, studiando, commuovendosi per le piccole magie del quotidiano.

A differenza di quanto si pensa, il Teatro dell’Anima non è un luogo di fuga, ma di indugio. E indugiare significa approfondire, andare oltre le apparenze che ci vengono continuamente propinate, scavare nella natura più autentica delle cose.


Nel disco intrecci folk, elettronica e simbolismo: quanto è importante per te creare un linguaggio musicale che unisca dimensione sonora e immaginario visionario?

Per me la dimensione sonora e quella visiva coincidono. Il canto ha il potere di materializzare l’ineffabile, di aprire un varco tra il fuori e il dentro: è la chiave per eccellenza che mi permette di entrare nel cosiddetto Teatro dell’anima.

Nelle mie canzoni cerco di tradurre ciò che mi comunica l’inconscio, di mettere nero su bianco visioni che, in qualche modo, chiedono di prendere forma.


Il focus track “Il Teatro dell’Anima” invita l’ascoltatore a confrontarsi con paure e sogni: che tipo di viaggio emotivo volevi far vivere?

Vorrei trasmettere l’idea che la vita sia lo spettacolo dell’esistere, e che anche i drammi siano necessari alla riuscita della “trama”. Credo sia importante accettare, quasi filosoficamente, che fanno parte di un grande gioco cosmico.

La canzone è nata leggendo “La danza della realtà” di Jodorowsky: lui sostiene che i nostri mali possano diventare alleati, se gli concediamo uno spazio di espressione invece di combatterli. È un pensiero che trovo molto potente, capace di trasformare davvero il modo in cui viviamo.


Ti definisci spesso un’“architetta dell’anima”: in che modo il tuo background influenza il modo in cui costruisci musica e immagini?

Studiare architettura mi ha insegnato che saper leggere uno spazio — soprattutto urbano — significa cogliere i segni del tempo, comprendere come significati e significanti dialogano tra loro. Fare architettura significa inserirsi consapevolmente in questo dialogo.

Penso che la nostra psiche funzioni come una città, fatta di stratificazioni e di memorie che spesso ci precedono — memorie collettive, per dirla alla Jung.

Scrivere canzoni per me è un’operazione di scavo in questo territorio misterioso, ma anche di costruzione: lasciare un segno che possa dialogare con il tutto e, se possibile, trascendere la contingenza.